Brexit, a che punto siamo? Il punto di vista di Girolamo Stabile

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Pubblicato su BlitzQuotidiano a firma Girolamo Stabile
Londra –  Sono già passati quasi 2 anni da quando la maggioranza dei cittadini inglesi ha deciso di abbandonare l’Unione Europea, dando vita ad un lungo processo che dovrebbe portare la Gran Bretagna fuori dall’Unione nel 2020. Ma qual è lo stato dell’arte? Come si stanno evolvendo gli scenari? Ne abbiamo parlato con Girolamo Stabile ecco il suo punto di vista.

Il senso generico della vittoria del “leave” ha lasciato al governo inglese il compito di meglio definire i termini secondo cui la Gran Bretagna dovrà lasciare l’Unione Europea. I negoziati portati avanti a questo fine con le istituzioni europee hanno dovuto tenere in considerazione alternative complesse e tempistiche dilatate. Elementi, questi, che hanno reso evidente quanto sia difficile un passo indietro dall’Unione Europea anche per una nazione che non aveva aderito né agli accordi di Schengen né all’Euro. Post-referendum sono emerse questioni commerciali e doganali che hanno portato il governo inglese ad ipotizzare varie soluzioni percorribili per l’uscita dall’Unione Europea, al fine di minimizzare i danni, in larga parte economici, che una hard-Brexit inevitabilmente comporterebbe. Pertanto, il governo inglese ha dovuto tenere in considerazione l’ipotesi di restare all’interno dell’unione doganale per salvaguardare i rapporti con l’Irlanda del Nord, ovvero, considerare l’ipotesi di restare all’interno del mercato unico per tutelare il 50 per cento dei propri scambi commerciali. Il dilemma politico che ne deriva è in sintesi: uscire dall’Unione Europea e conservare le attuali relazioni commerciali e/o doganali sulla base delle regole europee o, in alternativa, uscire totalmente senza mantenere alcuna prerogativa tipica degli stati membri.

 

A tal proposito, va, ad esempio, notato che parte della strategia post-Brexit del governo inglese sembra essere quella di stipulare nuovi accordi commerciali con il resto del mondo. In questo senso l’Unione Europea ha autorizzato la Gran Bretagna ad avviare negoziati anche durante la fase di permanenza transitoria che dovrebbe concludersi nel dicembre 2020.

Su questa base, il governo inglese, si è di recente rivolto ai paesi del Commonwealth, ossia l’organizzazione che riunisce 53 paesi, molti dei quali ex colonie dell’impero britannico. Tuttavia, l’effetto minimo di questa azione deriva dal fatto che attualmente solo il 9% delle esportazioni britanniche è rivolto al Commonwealth mentre il 43% è rivolto all’Unione Europea.

Tutto ciò posto, va soprattutto notato che la presa di coscienza delle conseguenze di un primo referendum probabilmente mal gestito, porterebbe alcuni esponenti della politica inglese a sostenere la tesi secondo cui l’esito dei negoziati in corso tra il governo inglese e l’Unione Europea dovrebbe essere nuovamente sottoposto a un secondo referendum, il cui eventuale esito negativo dovrebbe determinare la permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea.

Tralasciando ai fini che qui rilevano gli aspetti tecnico-legali relativi alla fattibilità e/o opportunità di intraprendere nuovamente la via referendaria, una ulteriore azione in questo senso dovrebbe partire probabilmente da una migliore divulgazione delle ragioni del “leave” e del “remain” sulla base anche di quanto è fin qui emerso. Di conseguenza, occorrerebbe una maggiore comprensione del fenomeno da parte di tutti gli inglesi e non solo da parte delle élite del paese, altrimenti l’esito di un nuovo referendum, per cosi dire “riparatore”, potrebbe non essere quello auspicato.

Ripercorrendo l’analisi della vittoria del leave proposta da Marco Revelli nel suo libro Populismo 2.0 (Einaudi, 2017) è possibile notare quanto segue. Il referendum ha avuto una partecipazione notevole pari al 72,2% degli aventi diritto, vale a dire 33 milioni e mezzo di cittadini. Il leave ha avuto una maggioranza pari al 51.9% rispetto al 48.1% del remain, registrando uno scarto di voti pari a 1.269.501.

In aggiunta, ciò che soprattutto rileva ai fini dell’analisi di questo esito secondo l’autore è stata la distribuzione del voto sul territorio inglese. L’approvazione del leave è arrivata da un “voto geografico” più che da un voto politico.

Immaginando la mappa della Gran Bretagna, l’impressione che ne deriva è la seguente: la Scozia e l’Irlanda si sono mostrate uniformemente a favore del remain, il resto della nazione, di converso, a favore del leave ad esclusione di Londra e qualche altra città.

 

Continuando l’analisi del link voto/territorio, si può notare quanto segue. Il leave prevale in 263 votino area su 392 in particolare questo voto prevale nelle aree rurali e nei piccoli centri e si sviluppa in senso parallelo con lo status sociale dei votanti. Più in dettaglio, il voto contro l’Europa è arrivato principalmente dalle aree più isolate del Paese, meno scolarizzate e presumibilmente, anche meno informate, ma anche da molte città (di medie e grandi dimensioni)  in cui si trovano gli insediamenti industriali del paese colpiti dal declino della Old Economy e del settore manifatturiero.

In senso diametralmente opposto, il voto a favore dell’Europa è arrivato da quella parte di territorio in cui sono presenti attività economiche legate alla finanza, alla comunicazione, al terziario e quaternario avanzato. In sintesi, tutte attività influenzate dalla globalizzazione e rappresentate dalla new economy. In aggiunta, anche il dato anagrafico rileva come le fasce di età alta (dai 55 anni e pensionati) si sono orientate verso il leave.

Pertanto, alla base dell’esito del referendum non sembra esserci una cultura politica di riferimento, ma piuttosto uno stato d’animo avverso all’Unione Europea. A favore del leave hanno giocato un ruolo determinante la questione dell’emigrazione ed i costi sostenuti per l’appartenenza all’Unione Europea. Analogamente, a favore del remain ha giocato un ruolo determinante l’eventuale impoverimento del paese e la scomparsa e/o ridimensionamento della City.

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Ciò posto, pare anche interessante notare gli aspetti di propaganda e/o di comunicazione artistica legata alla campagna relativa alla Brexit. In questo senso si può fare riferimento ad una mostra in corso al The Design Museum di Londra.

Il titolo della mostra è: “Hope to Nope  – Graphics and politics 2008-2018”. La mostra in generale si occupa della relazione tra comunicazione e politica negli ultimi dieci anni. In questo contesto, sono presenti anche immagini usate durante la campagna del Brexit e opere prodotte da artisti dopo il referendum. Tra le tante immagini presenti, per quanto fin qui detto si da evidenza di una foto e dell’opera di un artista inglese. La prima è la foto del “Vote Leave Bus” che rappresenta una immagine chiave della campagna. In particolare, si nota un enorme bus rosso in cui campeggia una scritta bianca secondo cui il costo della permanenza all’interno dell’Unione Europea sarebbe pari a 350 Mln di Sterline a settimana. Un somma questa, che sempre secondo lo slogan potrebbe essere meglio impiegata a favore del servizio sanitario inglese. La seconda è un’opera realizzata dall’artista inglese Mr. Bingo. Il titolo dell’opera è “Brexit Tea Towel” e a fronte della seguente scritta: “people who voted for brexit who are now dead” vi sono 9 file di disegni raffiguranti i volti di persone anziane.

Per concbrexit_tea_towel_hero_grandeludere, la campagna della Brexit si può riassumere nell’immagine di un tessuto sociale diviso, in quanto diversi sono gli interessi e la predisposizione al cambiamento. Da qui al 2020, pertanto, chi prepara un eventuale nuovo referendum dovrà soprattutto supportare un confronto sociale mirato essenzialmente sulla percezione della questione europea nel suo complesso.

Oro per pagare? Adesso è possibile con Gooldie. di Girolamo Stabile

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L’oro, un bene fisico e materiale, potrà diventare un “nuovo” mezzo di scambio con la piattaforma Gooldie.

La diffusione delle monete virtuali ha generato una nuova asset-class tendenzialmente oggetto di trading e non ancora, invece, una reale e diffusa forma di pagamento peer to peer o, più in generale, per gli acquisti online. La scarsa capitalizzazione di questo mondo ha registrato una significativa volatilità che, come nel caso del Bitcoin, ha determinato significative perdite di valore dopo un primo ed apparente aumento inarrestabile delle quotazioni.

 

Di conseguenza, alla monete virtuali definite “sintetiche”, si stanno progressivamente affiancando anche cripto valute emesse a fronte di asset reali e, dunque, meno inflazionabili: le così dette backed-criptocurrency. Un esempio recente di questa tendenza è rappresentato dalla piattaforma Gooldie il cui scopo è quello di permettere investimenti in oro o l’utilizzo di quest’ultimo come strumento di pagamento. La filosofica alla base di Gooldie sembra in sintesi essere quella del “back to basic”, nei termini che seguono.

 

Considerata la tendenza delle banche centrali ad emettere moneta, la possibilità per Stati e banche di essere oggetto di default, i tassi di interesse mantenuti artificialmente bassi e la illiquidità di commodities e asset alternativi, l’oro risulta essere un solido bene con un ottimo track-record oltre ad essere uno degli asset più liquidi sul mercato dopo le maggiori valute ufficiali esistenti.  A questo proposito, va peraltro notato che l’oro presenta una capitalizzazione di mercato pari a Euro 2,500 Bln ed è un bene reale che, in quanto tale, può essere anche detenuto e/o conservato direttamente.

 

Tutto ciò premesso, questa nuova piattaforma di investimento funziona come sorta di exchange grazie alla quale l’oro può essere acquistato e custodito in caveau blindati forniti da operatori indipendenti. Questo sistema centralizzato permette, inoltre, anche l’autentica delle transazioni. L’oro acquistato mediante Gooldie (1 Gooldie equivale a 1/1000 oz t, il cui valore corrente è circa 1 Euro) può essere detenuto a fini di investimento, utilizzato per pagamenti mediante carte prepagate oppure divenire oggetto di trading mediante l’internal gold desk della piattaforma.

 

In sintesi, dunque, l’investitore può generare profitto dall’eventuale apprezzamento dell’asset nel tempo, ovvero, mediante attività di trading e, dunque, secondo la logica classica del “bid/ask”  tipica del trading book.

 

All’investitore è data anche la possibilità di prelevare fisicamente l’oro e quindi di non  beneficiare più della gestione digitale mediante la piattaforma.

 

Ad oggi Gooldie ha concluso un primo ciclo di investimento seed per un ammontare pari ad Euro 500 mila. Tuttavia, le prospettive di crescita sono interessanti sia per il livello contenuto delle commissioni applicate dal management sia per la potenziale crescita di questo segmento di mercato che la piattaforma stima potrebbe raggiungere una cifra pari a circa Euro 10 bln.

Di Girolamo Stabile

Cos’è l’Impact investing? Lo spiega Girolamo Stabile

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Cos'è l'impact investing? Girolamo Stabile lo spiega per BlizQuotidiano

Impact investing come investimento

Cos’è l’impact investing? Cerco di spiegarlo con un articolo su BlizQuotidiano .

 

Il termine impact investing ha fatto capolino tra gli addetti ai lavori circa un decennio fa e non è un caso che tra i primi a utilizzarlo ci fosse un’organizzazione filantropica, la Fondazione Rockefeller. Questo perché, oltre alla logica del profitto alla base di ogni operazione finanziaria, chi sceglie di operare con questa formula persegue anche l’obiettivo di generare un impatto sociale, concreto e misurabile. La si potrebbe definire una forma d’investimento votata alla sostenibilità, in una lungimirante ottica di sviluppo collettivo.

Si tratta di un settore relativamente nuovo che può portare confusione nei non addetti ai lavori. A volte è confuso con la filantropia quando invece è un investimento che ha un ritorno economico calcolato nel lungo periodo. In pratica è una scelta strategica.

 

Si raccolgono dunque le sfide legate allo sviluppo, si individuano target e progetti da sostenere, se ne valutano le prospettive e infine si stabilisce dove destinare gli investimenti. La finanza d’impatto attrae non solo fondi privati, ma anche istituzioni e realtà governative.

 

Per ulteriori approfondimenti l’articolo intero su BlizQuotidiano .

 

 

Girolamo Stabile

I Social Media stanno cambiando la finanza di Girolamo Stabile

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Come i Social Media hanno cambiato il mondo della finanza di Girolamo Stabile
Come i Social Media hanno cambiato il mondo della finanza di Girolamo Stabile

Ecco come i Social Media stanno cambiando la finanza

L’influenza dei social media è arrivata a toccare e interessare pressoché ogni aspetto della nostra vita: le relazioni personali, anzitutto, ma anche la sfera professionale. Il mondo della finanza non è esente da questo trend. Non è facile delineare con precisione le dinamiche che sono andate innescandosi negli ultimi anni e che legano le piattaforme di condivisione online a chi si occupa di investimenti, in quanto si tratta di un panorama in costante evoluzione, soggetto a una mutazione continua.

Si può tuttavia affermare che i social hanno l’indubbia capacità di favorire la circolazione delle informazioni, per la loro stessa natura, con tutti i pro e i contro che ne derivano. È dunque bene conoscerli, individuare le opportunità che offrono e utilizzarne i canali per rispondere al meglio alle specifiche esigenze. Questo significa, per gli operatori, poter contare su uno strumento in grado di veicolare il proprio messaggio a un pubblico potenzialmente globale: essere presenti su Facebook o Twitter, per citare i due social più noti, significa essere individuabili, creare un contatto diretto con l’utente-cliente e costruire così un rapporto di fiducia quasi informale. Al tempo stesso, chi si trova dall’altra parte dello schermo, può contare su un supporto facilmente accessibile, competente e all’occorrenza capace di dispensare consigli. Non a caso anche i grandi gruppi hanno iniziato ormai da tempo ad offrire assistenza via social o addirittura attraverso le applicazioni di messaggistica istantanea come WhatsApp, Viber, Telegram o WeChat.

Il resto del mio articolo per Social Com qui: Articolo Social Com

Girolamo Stabile

Private Equity e accesso al credito di Girolamo Stabile

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Nuovo articolo per SocialComItalia di Girolamo Stabile su Private Equity
Nuovo articolo per SocialComItalia di Girolamo Stabile su Private Equity

Articolo su Private Equity

SocialComItalia ha ospitato un altro approfondimento, stavolta su Private Equity. Ecco un estratto.

Di fronte alla prospettiva di avviare e far crescere la propria attività, ogni imprenditore si trova a dover valutare le diverse opportunità a disposizione per ottenere la necessaria provvista economica. Non esiste una sola strada percorribile e dunque la decisione dev’essere valutata e ponderata con attenzione, prendendo in esame ogni possibile scenario e sviluppo futuro.

Optare per un accesso al credito mediante un istituto bancario significa dover restituire quanto ricevuto, ovviamente maggiorato degli interessi pattuiti, rispettando scadenze predefinite e concedendo generalmente garanzie a tutela del capitale erogato. Una via che potrebbe essere preclusa alle realtà senza un track record del business, ad esempio nel caso delle startup, ma che al tempo stesso assicura la totale indipendenza nella gestione dell’azienda e il completo controllo sui profitti che si andranno generando.

L’alternativa si chiama private equity e coinvolge investitori disposti ad immettere equity in cambio di una partecipazione agli utili e al capitale.

 

A questo link trovate l’articolo per intero.

Private equity articolo per SocialComItalia

 

Girolamo Stabile

Approfondire il crowfunding con Girolamo Stabile

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Pubblicato su SocialCom a firma Girolamo Stabile

Articolo di Girolamo Stabile su SocialCom Italia
Articolo di Girolamo Stabile su SocialCom Italia

Sebbene nessuno possa affermare con certezza di poter prevedere in modo accurato l’andamento di un business, puntare su investimenti diversificati può rivelarsi una strategia vincente. Anziché scegliere tra una formula che mira esclusivamente sull’una o sull’altra forma di crowdfunding, meglio puntare su entrambe, ricavandone maggiori benefici sul medio-lungo periodo e riducendo il fattore di rischio.

Ecco un mio articolo pubblicato su www.socialcomitalia.com:

Articolo di Girolamo Stabile su SocialComItalia

Startup o realtà affermate? Meglio esporsi al rischio e partecipare ai potenziali profitti o scegliere un rendimento fisso? Un approfondimento di Girolamo Stabile.

Si è soliti far ricorso al termine crowdfunding per definire tutte quelle piattaforme che permettono a chiunque di finanziare lo sviluppo di un’idea o il compimento di un progetto, in cambio di un accesso anticipato al prodotto o al servizio che si intende sostenere economicamente. Gli esempi più noti sono senza alcun dubbio Kickstarter e Indiegogo, vetrine virtuali che consentono a migliaia di team di esporre le proprie iniziative alla ricerca dei fondi necessari per avviarne la fase di realizzazione e la successiva commercializzazione. Alternative come GoFundMe, invece, si basano sulla raccolta di donazioni da destinare a singoli individui, famiglie oppure organizzazioni.

Questo tipo di dinamica interessa da vicino anche il mondo della finanza, muovendo un flusso di denaro in costante crescita a livello globale: 16,4 miliardi di dollari nel 2016 e 34 miliardi di dollari previsti per il 2017. L’interesse nei confronti delle soluzioni peer-to-business (P2B) aumenta in modo esponenziale e si vanno formando nuovi canali attraverso i quali far fruttare i propri investimenti. Conoscere gli strumenti a disposizione è il primo step necessario per chi desidera percorrere questa strada. Va anzitutto chiarita la differenza tra servizi di tipo equity e loan.

I primi mettono in contatto i finanziatori con le realtà alla ricerca di fondi, offrendo la possibilità di partecipare agli utili eventualmente generati dall’attività, di acquisire una quota del capitale sociale e di esercitare potere decisionale nelle strategie da attuare. Una forma di investimento che si rivolge soprattutto alle startup, dunque maggiormente esposta al rischio del capitale, ma al tempo stesso potenzialmente in grado di garantire un ritorno importante. L’esempio più significativo è quello fornito dall’imprenditore tedesco Peter Thiel, co-fondatore di PayPal e tra i primi a credere nel progetto Facebook, con un investimento da 500.000 dollari messo a disposizione del social network nel 2005, poi arrivato a fruttare 800 volte tanto. Sono riconducibili a questa forma di crowdfunding servizi come Eppela, Fundable e Seedrs.

Gli altri, di tipo loan, costituiscono di fatto delle piattaforme attraverso le quali concedere finanziamenti alle aziende. Vi si rivolgono solitamente le realtà con una forma di business consolidata o comunque già avviata. In questo caso, chi investe tendenzialmente ha maggiore sicurezza di non vedere intaccato il proprio capitale, potendo contare su una restituzione periodica del capitale (generalmente tra il 5% e il 9% ogni anno) aumentata degli interessi maturati. In altre parole, minor rischio, ma con un rendimento fisso e l’impossibilità di influenzare le decisioni della società. È il modello proposto da LendingClub, Funding Circlee Prosper.

A quale forma di crowdfunding affidarsi, dunque? La soluzione ideale può essere rappresentata dal giusto mix. Un portafoglio diversificato, da strutturare attraverso investimenti destinati ad almeno una decina di realtà, da scegliere tra startup con importanti margini di crescita, aziende che già hanno trovato una loro collocazione sul mercato e società invece ben affermate. Una piattaforma come Symbid, ad esempio, mette a disposizione tutti gli strumenti necessari per operare in questa direzione.

Sebbene nessuno possa affermare con certezza di poter prevedere in modo accurato l’andamento di un business, puntare su investimenti diversificati può rivelarsi una strategia vincente. Anziché scegliere tra una formula che mira esclusivamente sull’una o sull’altra forma di crowdfunding, meglio puntare su entrambe, ricavandone maggiori benefici sul medio-lungo periodo e riducendo il fattore di rischio.

Girolamo Stabile