Pagamenti Contactless: non avrete più bisogno del portafogli. Di Girolamo Stabile

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Pubblicato su Tecnoandroid a firma Girolamo Stabile

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Tra i tanti produttori di dispositivi mobili, la prima azienda a immettere sul mercato una soluzione smart per pagamenti contatless è stata Apple con la sua Pay. La piattaforma di Cupertino permette di virtualizzare la propria carta di credito su iPhone e Apple Watch, semplificando di molto le procedure di pagamento: basta avvicinare lo smartphone al lettore di carte e contemporaneamente appoggiare il dito sul sensore del fingerprint. Apple Watch funziona alla stessa maniera e, per entrambi dispositivi, non c’è bisogno di una connessione internet attiva.

La grande concorrente di Apple a livello mondiale, Samsung, ha lanciato la sua app con un servizio più flessibile e completo. Utilizzando i principali circuiti di credito (Visa, Mastercard, Maestro), insieme alle tante partnership con le banche, il successo di Samsung Pay si spiega anche grazie all’integrazione di più sistemi di pagamento in una sola app. Oltre ad offrire la modalità di acquisto contactless con tecnologia Near Field Communication (NFC), l’app del gigante della telefonia implementa anche la Magnetic Secure Transmission (MST), che emula la striscia magnetica sulle carte di credito rendendo il servizio compatibile con la maggior parte dei POS senza NFC attualmente ancora molto diffusi tra gli esercenti. Samsung Pay, inoltre, è gratuita e non applica delle fee nelle transazioni come Apple.

Come usare un sistema di pagamento contactless

Indifferentemente dal sistema Android o iOS, impostare il servizio contactless da zero necessita di pochi semplici passaggi. Innanzitutto occorre scaricare l’app sul proprio smartphone, mentre il passo immediatamente successivo sarà associare la propria carta di credito al servizio. Generalmente, si scatta una fotografia della carta e poi si aspettano pochi istanti perché la vostra banca autorizzi l’associazione via e-mail, codice sms o chiamata vocale.

Sfruttando le tecnologie di ultima generazione presenti sugli smartphone Samsung e Apple offrono uno standard di sicurezza altissimo: l’abilitazione di ogni tipo di transazione si potrà effettuare tramite riconoscimento delle impronte digitali, l’utilizzo di un codice pin o l’innovativa scansione dell’iride. Inoltre, il numero della carta non compare mai nelle transazioni né viene memorizzato sul proprio dispositivo o su quello che riceve il pagamento.

Quasi intercettando le comuni paure della gente comune, tutti questi sistemi rendono impossibile che si paghi per sbaglio in un negozio e, soprattutto, se si perde il proprio smartphone, sarà difficile per qualcuno rubarvi del denaro e usare l’app a vostra insaputa senza conoscere codici e pin.

Altri sistemi di pagamento contactless

Nel panorama dei servizi smart contactless ci sono diverse altre tipologie altrettanto funzionali. Nei dispositivi indossabili come gli orologi Fitbit Ionic. l’associazione della carta di credito segue le stesse regole di Apple e Samsung. Implementato con un vero sistema operativo, vi basterà selezionare l’app Wallet sul display touch del vostro orologio Fitbit, inserire il proprio pin di sicurezza, premere il tasto sinistro appoggiando l’orologio sul sensore del pos, e il pagamento è fatto. Sull’app potrete gestire tutte le transazioni, mentre Fitbit Ionic garantisce una sicurezza in più: se si toglie dal polso, il sistema contactless smetterà di funzionare e bisognerà immettere di nuovo il codice pin.

Anche in Italia ci sono aziende che stanno investendo nel settore. La prima e già avviata app è Satispay, un sistema di trasferimento di denaro non legato ai circuiti tradizionali. L’app funziona come una Postepay ricaricabile collegata al proprio account e al conto corrente bancario. Purtroppo il pagamento non è immediato come un normale contactless: bisogna sbloccare l’app con un codice o il fingerprint, selezionare la sezione Invia denaro, scegliere il negozio, digitare la cifra per pagare e attendere la conferma del negoziante, che dovrà avere un sistema compatibile con Satispay. Oltre al sistema di pagamento, Satispay può anche essere usato per caricare il proprio credito telefonico o trasferire denaro ad altri utenti iscritti nell’app.

In questo campo non potevano mancare i principali operatori telefonici in Italia, i quali hanno sviluppato le proprie versioni personali dei pagamenti contactless nei negozi tramite smartphone. Tra queste annoveriamo Vodafone Wallet e Tim Wallet. Anche le banche, che pure si affiliano a servizi più diffusi, hanno sviluppato le proprie app, e qui vi citiamo Mediolanum Wallet, Postemobile Nfc e Ubi Pay. Tutti i servizi appena citati hanno in comune la stessa tecnologia, ovvero NFC. Purtroppo, rimanendo al territorio italiano, i pos con NFC non sono ancora diffusissimi.

Per chiudere, torniamo a citare il sistema ibrido di Samsung Pay. Avendo in partnership quasi il 60% delle carte di credito esistenti in Italia, e contando sulle principali banche come Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banca Medialanum, CheBanca! e BNL, Samsung Pay potrebbe stabilire un nuovo standard per tutti i competitor sul territorio italiano.

Di Girolamo Stabile

Come investire nel mattone? Girolamo Stabile ci racconta Housers

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Pubblicato su Diritto e Finanza a firma Girolamo Stabile

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Recentemente ha riscosso molto interesse una piattaforma di crowdfunding chiamata Housers. Questa permette di effettuare investimenti nel settore immobiliare anche di importo limitato. Per capirne di più ne abbiamo parlato con Girolamo Stabile di Kant Capital.

Cosa succede sul web per quanto riguarda gli investimenti?

Le piattaforme di investimento online sono una novità e stiamo imparando a valutarne gli effetti e le potenzialità effettive. Al momento, grossa attenzione è rivolta nei confronti delle cripto-valute a causa delle performance in positivo ma spesso anche in negativo che questi nuovi strumenti hanno registrato. Tuttavia, oggi sul mercato digitale ci sono tantissime piattaforme che si concentrano anche su altri assets.

Da qui si procede verso Housers la piattaforma che si rivolge al mercato immobiliare.

In generale, occorre premettere che non esiste la piattaforma per diventare milionari e in questo nuovo universo che si è sviluppato su internet ognuno propone la propria app come estremamente semplice da usare e molto remunerativa nel caso degli investimenti. Non sempre  è così. Dunque, bisogna saper distinguere le proposte con un reale valore sia in termini di iniziativa si in termini di software. Posto che queste piattaforme, proprio perchè accessibili in termini di size minima di investimento, si rivolgono indiscriminatamente a tutti gli utenti del web e non necessariamente ad investitori sofisticati. Housers, ad esempio, sembra essere una buona iniziativa.

Housers si presenta come una piattaforma di crowdfunding mirata agli investimenti immobiliari in diverse città europee con un significativo margine di sviluppo come Madrid, Barcellona e Milano. Inoltre, questa piattaforma propone anche investimenti in opere d’arte. Un settore, questo, di sicuro interesse ma che probabilmente lega poco con il core business, vale a dire, quello immobiliare.

Il layout del sito è semplice ed intuitivo l’utente seguendo semplici indicazioni può registrarsi e stabilire il proprio budget ai fini dell’investimento. L’investimento minimo è pari a Euro 50 e può essere versato con bonifico o carta di credito, non sembrano esserci commissioni di ingresso.

La piattaforma offre anche una sorta di manuale dell’investitore e tutta una serie di dati e statistiche per informare il potenziale investitore ma anche per rilevare il track-records di operazioni ad oggi concluse.

Quali sono le caratteristiche di investimento di Housers?

L’investimento si perfeziona mediante l’adesione ad un prestito partecipativo mirato a finanziare una certa attività immobiliare selezionata dal team di Housers al servizio del quale viene riconosciuto un interesse derivante dall’affitto dell’immobile e/o dai proventi derivanti dalla vendita.

Più in dettaglio, per il settore immobiliare Housers propone tre tipologie di investimento, in sintesi nei termini che seguono.

La prima tipologia di investimento viene definita Risparmio. In specie, si tratta di un prestito a lungo termini il cui orizzonte temporale va da cinque ai dieci anni. Il rendimento viene riconosciuto sotto forma di interesse mensile e deriva essenzialmente  dall’affitto dell’immobile selezionato. Nel corso della vita dell’investimento l’immobile si potrebbe rivalutare e dunque l’investitore potrebbe avere anche un ulteriore beneficio.

Inoltre, occorre notare che l’interesse viene riconosciuto all’investitore a partire dal mese successivo indipendentemente dal fatto che l’immobile sia stato effettivamente locato. Al fine di incoraggiare l’investitore, l’interesse viene riconosciuto sulla base dell’InstantRent un tasso di interesse calcolato su interesse stimato.

Questa formula sembrerebbe la più conservativa in termini rischio/rendimento.

Nel caso in cui l’investitore voglia uscire dall’investimento prima della scadenza prefissata sembrerebbe esserci un mercato secondario delle quote di finanziamento definito Hoursers market place. Il sito offre delle indicazioni sugli scambi ma quanto sia “liquido” questo mercato è difficile dirlo.

La seconda tipologia di investimento viene definita Investimento. In specie si tratta di un prestito di breve periodo il cui orizzonte temporale va dai 12 ai 24 mesi. In questo caso il rendimento verrà riconosciuto solo a scadenza e dopo l’eventuale vendita dell’immobile. Il business di questa opzioni di investimento è quello di reperire immobili sul mercato ad un prezzo al disotto della media di mercato operare le dovute ristrutturazioni ed infine venderlo ad un prezzo tale da realizzare un significativo capital-gain.

Questa formula di investimento è più rischiosa della precedente in quanto non viene riconosciuto nessun rendimento mensile ed il buon esito dell’investimento si basa essenzialmente sulla vendita dell’immobile nel periodo di tempo ipotizzato.

La terza tipologia di investimento viene definita Tasso Fisso. In specie si tratta di un prestito a medio termini che va da 12 ai 36 mesi. Il finanziamento ha come scopo quello di finanziare un attività di sviluppo immobiliare per nuove costruzioni. Il rendimento viene negoziato con la società di sviluppo e riconosciuto mensilmente. Il capitale viene ripagato a scadenza.

Questa ultima formula di investimento è ovviamente la più rischiosa in quanto si riferisce ad un immobile da realizzare e la capacità di ripagare sia gli interessi sia la parte capitale ricade sulla società di sviluppo.

Quindi siamo davvero davanti a una possibilità di reddito?

E’ difficile dirlo, tuttavia, la piattaforma sembra offrire sufficienti elementi per valutare attentamente il rischio/opportunità proposto. A differenza delle cripto-valute viene proposto un underlying asset solido, vale a dire, quello immobiliare che tuttavia è sempre soggetto a fluttuazioni di mercato come hanno evidenziato le recenti bolle immobiliari.

di Girolamo Stabile

 

 

 

 

 

Apple Academy, risultati e possibili sviluppi secondo Girolamo Stabile

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Pubblicato su SocialCom a firma Girolamo Stabile
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È trascorso ormai un anno da quando Apple ha scelto l’Italia e più precisamente Napoli come la location ideale per il suo nuovo e ambizioso progetto di formazione, la Apple Academy, ed è arrivato il tempo di fare dei bilanci. Scopriamo, con Girolamo Stabile, quali sono stati i primi risultati conseguiti e i possibili scenari che si stanno aprendo per lo sviluppo economico del territorio.

Una scuola ad altissimo livello, speciale, unica in Europa, ha dato e dà agli studenti più meritevoli la possibilità di apprendere tecniche avanzate di Apple per lo sviluppo delle applicazioni su iOS, il sistema operativo di Apple per iPhone e iPad. Ora che si è concluso il primo ciclo e aperto il secondo, non stupisce ma è interessante sapere che i primi risultati sono stati eccellenti, sia dalla parte degli studenti che da quella delle prospettive che si aprono sul mercato.

L’idea di fondare una Developer Academy in Italia è partita da Tim Cook, CEO di Apple, ed è stata promossa dal precedente primo ministro Matteo Renzi. Il fine è quello di aumentare gli sviluppatori specializzati di app in Europa, e far entrare così il Vecchio Continente in un giro economico che ormai fattura decine di miliardi l’anno a livello globale. Al momento l’industria dell’App Store coinvolge oltre 3 milioni di sviluppatori in tutta Europa, un numero importante ma che – dato l’approccio delle persone, sempre più orientate alla fruizione di contenuti e app su dispositivi mobile – Apple è intenzionata a incrementare puntando su competenze e innovazione.

Ci sono luoghi da cui le persone vanno via per trovare una occupazione e luoghi in cui le persone arrivano e Napoli, grazie alla Apple Academy, potrebbe essere considerata in tal senso la terza città migliore d’Italia. Negli ultimi anni i suoi giovani sono partiti, dando alla città la sensazione di essere un luogo da cui si parte, non dove si finisce. Apple sta finalmente invertendo quella tendenza almeno per quei giovani interessati all’industria tech, infatti ora Napoli è un centro nevralgico in cui la nota azienda americana sta allenando gli sviluppatori del futuro.

I corsi si sono conclusi, ed abbiamo dei risultati, insieme alle storie dei diplomati. Nei corsi dell’Apple Academy erano presenti numerosi studenti non solo informatici e i temi delle app sviluppate sono stati differenti. Dal gaming alla realtà aumentata, dalle utility al quelle per i disabili, i frutti dell’Apple Academy si sono già fatti notare. Gli obiettivi del primo anno sono stati raggiunti con 200 studenti che hanno portato a termine il percorso di studi promosso dalla Apple Academy, ottenendo un arricchimento personale e professionale, competenze e nuove collaborazioni. Il bilancio è più che positivo: studenti contenti, docenti e aziende soddisfatte e un territorio, quello campano, che ha investito e continuerà a investire per tentare una ripresa.

L’area in cui si trova l’Apple Academy ha ottenuto importanti miglioramenti facendo girare così anche una economia differente da quella strettamente legata alla tecnologia. Gli edifici sono infatti stati costruiti appositamente per permettere al campus di essere aperto e alle persone di passeggiare dunque in un contesto verde, ben ordinato e organizzato. Sono stati aperti bar e ristoranti nelle vicinanze dell’accademia – la scuola intenzionalmente non dispone di una caffetteria – incrementando così i posti di lavoro e le opportunità alle persone del luogo. È importante sottolineare che i lavori di costruzione di tale area furono firmati agli inizi degli anni ’90 e avviati nel 2008, ma era rimasto tutto fermo da tempo. Quando Apple è arrivata con il progetto Academy, tutto ha iniziato a muoversi nuovamente, e velocemente.

L’App Store, il negozio virtuale di app per iPhone e iPad, è una parte enorme e crescente del business Apple, anche in Europa, e ciò è possibile grazie a eccellenti sviluppatori che creano le migliori applicazioni per l’universo iOS. Nell’Apple Academy si insegna però il linguaggio Swift, quello usato da Apple ma comunque reso disponibile in versione libera per un utilizzo al di fuori della piattaforma Apple. Molti dei principi appresi dagli studenti durante il corso sono facilmente applicabili anche altrove, cosa che contribuirà a creare nuovi posti di lavoro e a far girare l’economia.

Il secondo anno accademico dell’accademia del colosso di Cupertino ha preso il via questo autunno raddoppiando il numero di studenti ammesso, giunto da 200 a 400. Apple sta compiendo un investimento di svariati milioni di euro al fine di rendere il suo corso gratuito a tutti gli studenti. Nei prossimi tre anni, saranno 1000 tra gli sviluppatori e gli imprenditori a studiare alla Apple Developer Academy. Non si può fare a meno di evidenziare le enormi potenzialità del progetto, che può portare a Napoli altre aziende oltre alle possibilità di sviluppo per l’intero Meridione. Innegabile che l’accademia di Apple possa giocare un ruolo importante a sostegno degli sforzi del Paese per creare occasioni di sviluppo.

Girolamo Stabile

Sharing Economy: Perché l’economia collaborativa è il nostro futuro, la recensione di Girolamo Stabile

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Pubblicato su BlitzQuotidiano a firma Girolamo Stabile

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Troppo spesso la Sharing economy viene identificata unicamente con le piattaforme a maggiore diffusione e mirate, ad esempio, alla condivisione di appartamenti e automobili. Il libro “Sharing Economy – Perché l’economia collaborativa è il nostro futuro” di Davide Pellegrini (Hoepli 2017), che ho recensito per BlitzQuotidiano, ha essenzialmente il merito di sviluppare il reale significato di questa nuova forma di economia.

L’autore indaga sui meccanismi della tecnologia partecipativa ma anche e soprattutto sul senso di cooperazione e relazione tra le persone che partono da un “ambiente digitale” e si consolida al di fuori di questo. L’idea proposta è quella di un nuovo modello sociale che prevale su un modello microeconomico di mercato.

Punto di partenza è l’”ambiente digitale”. In sintesi, un luogo in cui si verifica uno scambio di informazioni via computer senza la relazione fisica ed in molti casi senza la conoscenza personale tra gli utenti. Un luogo, questo, dove si hanno interazioni e non relazioni definito dall’autore un “habitat relazionato” nel senso di un contenitore di funzioni che prevede un’interazione senza la necessita di un rapporto personale.

Propulsore di queste interazioni è la necessità di ogni individuo di recuperare la propria libertà e di costruire un mondo equo e solidale. Protagonisti di questa azione sono principalmente i c.d. “millennials”, vale a dire la generazione nata nei primi anni ottanta e cresciuta nel passaggio del millennio. Soggetti, questi, che stanno sperimentando “le contraddizioni del modello capitalistico e il tramonto di una società governata da leggi economiche ormai insostenibili” in cui la precarietà del lavoro, la difficile pianificazione del futuro, la crisi della politica in generale e delle politiche sociali in particolare determina una sorta di reazione il cui fine è quello di “costruire filiere temporanee tra attivismo e impresa” che permettano di trovare possibili soluzioni in cui il punto fermo è rappresentato dalle relazioni tra le persone unite da un percorso di solidarietà e scambio, elementi essenziali per un approccio al futuro basato sulla fiducia.

Su questa base si diffondo modelli flessibili di condivisione di spazi di lavoro o forme temporanee di impiego. In altri termini, di fronte ad futuro incerto e senza troppe aspettative la sharing economy rappresenta una opportunità in quanto favorisce fenomeni di aggregazione e confronto, di ricostruzione del senso di comunità. Questa grazie ad un senso empatico che accomuna i soggetti di fronte al destino.

Se nella sharing economy identificata nei servizi prestati on-line la ragione utilitaristica prevale come in tutte le normali operazioni di mercato, l’idea di valore alla base del libro si identifica con la reciprocità di guadagno o di risparmio secondo cui l’idea di utile va oltre il tornaconto personale e diventa “una forma di comportamento aperto”. Le persone che utilizzano la sharing economy operano una sorta di resistenza culturale che per raggiungere un traguardo comune si contrappone ad un sistema che non funziona.

Analizzando più in dettaglio questa formula economica occorre ricordare che il presupposto della sharing economy è il cosiddetto “peer to peer” secondo cui utenti che producono prodotti e servizi li mettono al servizio di altri utenti che possono contraccambiare con il proprio prodotto o servizio. Secondo l’autore la comparsa dell’elemento profittevole, vale a dire il pagamento del prezzo da parte di un certo utente, neutralizzerebbe il valore dell’interazione sociale in cui il carattere utilitaristico dovrebbe essere appagato da collaborazione.

Inoltre, questa formula economica tende alla disintermediazione secondo un processo che tende a bypassare soggetti che tradizionalmente operano nei settori che si diffondono on-line. L’esempio più noto è probabilmente Airbnb in cui, pur non applicando lo scambio solidale, un soggetto condivide temporaneamente un proprio bene immobile con un soggetto terzo che paga un prezzo ma ne ha un vantaggio risparmiando. Stesso principio vale per il car sharing etc.

La piattaforma elettronica, dunque, mette direttamente in contatto due soggetti senza bisogno di intermediari e ciascuno ne trae il proprio beneficio. Ciò posto vale comunque la pena notare che se le transazioni realizzate mediante le piattaforme maggiormente diffuse non svolgono idealmente lo scambio solidale o l’interazione sociale auspicata dall’autore vi è comunque un elemento di diretto beneficio per tutti i soggetti coinvolti senza bisogno di intermediari che in genere aumentano i costi delle transazioni, i tempi della ricerca di un bene etc. In altri termini, ortodossi della formula economica potrebbero sostenere che proprio in ragione delle loro dimensioni sul mercato web mondiale Airbnb o simili rappresentano i nuovi intermediari. Ma commentando il fenomeno da utente forse vale comunque la pena notare la loro utilità, in ogni caso rappresentano sempre alternative ai canali tradizionali ben più grandi e radicati sul territorio ed utilizzati da tutti quelli che a vaio titolo non hanno accesso al computer.

L’incrementare del fenomeno porta anche l’identificazione di nuove forme di regolamentazione, spesso non omogeneo, ad esempio, a livello europeo come è successo per il caso Uber.

Il libro di Davide Pellegrini presenta anche una chiara statistica dei settori in crescita, della localizzazione dei soggetti che danno vita alle piattaforme digitali, alle difficoltà economiche che spesso incontrano le start-up e come venture capitalist o angels tendenzialmente operano.

Tornando al principio della disintermediazione intesa come sperimentazione di nuove opportunità l’Autore, sempre per supportare la sharing economy a maggior impatto sociale, ricorda correttamente che qualsiasi attività anche la più nobile e non necessariamente volta al profitto deve cercare una “dignitosa sostenibilità”.

Pertanto anche l’impresa sociale deve integrare dei criteri di razionalità economica che ne permettano quantomeno il sostentamento. In questo senso l’autore propone un vademecum per la progettazione di nuove attività al fine di scoraggiare atteggiamenti imprenditoriali incauti. Quello in oggetto è comunque un mercato non necessariamente semplice anche se si sviluppa per effetto di una piattaforma elettronica e vi sono anche elementi concorrenziali o duplicazioni di servizi on-line che vanno necessariamente considerati.

Per concludere dunque il libro si propone di far meglio comprendere il campo della sharing economy al fine di farne uno strumento sociale efficace per i cambiamenti del mondo contemporaneo.

Di Girolamo Stabile

Facebook entra nelle telco. Uno sguardo sulla situazione – di Girolamo Stabile

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Pubblicato su Secolo d’Italia a firma Girolamo Stabile

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Voyager, Open Computer Project e Telecom Infra Project, dimostrazioni concrete del fatto che definire Facebook un semplice social network è ormai quantomeno riduttivo: il suo raggio d’azione si è esteso fino ad arrivare a interessare gli ambiti più differenti, compreso quello delle telecomunicazioni. Ne ho parlato con il Secolo d’Italia.

L’era della Internet of Things è alle porte. Presto anche le auto saranno connesse a un’infrastruttura cloud per lo scambio costante di informazioni. Nel settore dell’intrattenimento multimediale e domestico assistiamo all’arrivo di formati e contenuti sempre più esigenti in termini di peso e banda. Tutto questo senza prendere in considerazione il volume in progressiva crescita dei dispositivi mobile che accompagnano le nostre giornate, nella sfera professionale e in quella privata. La logica conseguenza è una domanda crescente di banda a disposizione per gestire una mole sempre più gravosa di dati. I big del settore tecnologico lo sanno bene e hanno tutte le intenzioni di farsi trovare pronti per accogliere la sfida. Tra questi c’è Facebook.

 

Sebbene sia naturale associare l’azienda di Menlo Park al concetto di social network, il suo raggio d’azione è andato estendendosi notevolmente nel corso degli ultimi anni, tanto da arrivare a toccare i territori più differenti. Tra questi anche un mercato fino ad oggi esclusiva di poche grandi realtà storiche: quello delle telecomunicazioni.

 

Per capire il motivo che ha spinto Facebook a investire in questo settore è sufficiente considerare che l’impero di Zuckerberg è stato fondato e si regge sulla connettività, nonché sulla possibilità di offrire al suo oltre miliardo di iscritti un servizio gratuito, finanziato dai proventi pubblicitari. Favorire la creazione di strumenti che poi contribuiranno a portare e mantenere online sempre più persone significa per l’azienda innescare un circolo virtuoso di cui in futuro potrà beneficiare direttamente. Si pensi, ad esempio, alle enormi potenzialità di sviluppo e crescita legate ai paesi che ancora non dispongono di accesso alla Rete: fornire loro questo tipo di servizio significa generare nuove opportunità di business.

 

Voyager

 

Il primo passo del gruppo all’interno del mondo telco è stato mosso con la presentazione di Voyager, uno switch dedicato alla gestione del traffico su reti in fibra ottica. Un dispositivo simile ad altri che già si trovano in commercio, ad una prima analisi poco attenta. In realtà si tratta di un white box, appellativo che contrariamente a quanto si potrebbe pensare non ne indica la colorazione, ma lo colloca come alternativa economicamente vantaggiosa. Ancor più interessante, il 100% della tecnologia equipaggiata è open, accessibile a chiunque voglia impiegarla o contribuire al progetto apportandovi miglioramenti.

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Open Computer Project

 

L’interesse di Facebook nei confronti del mondo hardware non è comunque cosa nuova: il gruppo nel 2011 ha fondato l’Open Computer Project (OCP) con l’obiettivo proprio di attrarre a sé talenti e innovatori da destinare alla realizzazione di componenti caratterizzati da performance ed efficienza elevate, per soluzioni scalabili e flessibili, in primis indirizzate a un impiego all’interno dei suoi data center.

 

Un’iniziativa che guarda al futuro, ad alto tasso di innovazione, che è riuscita a conquistare big del settore hi-tech e non solo: ne fanno parte, tra gli altri, Goldman Sachs, Intel e Microsoft. Anche Apple, storicamente nota per la sua scarsa propensione ad aderire a iniziative di tipo open, dopo un iniziale diniego ha scelto di farne parte. A proposito della mela morsicata, il software che costituisce il cuore pulsante di Voyager si chiama SnapRoute ed è stato sviluppato dall’omonima startup fondata da ex membri del gruppo californiano, che operando una scelta lungimirante hanno deciso di intraprendere una nuova avventura dopo il rifiuto dell’azienda ad entrare a far parte del progetto OCP.

 

Telecom Infra Project

 

C’è poi il Telecom Infra Project (TIP) che Facebook ha inaugurato più di recente, nel 2016, con un annuncio giunto dal palco del più importante evento dell’anno per il mondo mobile: il MWC di Barcellona. Il claim scelto per presentare l’iniziativa sintetizza in modo eccellente la sua stessa natura: “An open approach for switching, routing and transport”.

 

Ancora una volta, ricorre il termine “open”: quella di Zuckerberg è una chiamata alle armi, sta poi a chi è in grado di intravederne il potenziale raccogliere la sfida e salire a bordo. Lo hanno fatto fin da subito nomi del calibro di Bell Canada, NBN, Telia, Telstra, Accenture, Canonical e la divisione Enterprise di Hewlett Packard, ma l’elenco è destinato a crescere, coinvolgendo realtà che occupano trasversalmente il mondo della tecnologia e delle telco.

 

Facebook diventerà una azienda di telecomunicazioni?

 

Nell’agenda di Facebook c’è dunque l’intenzione di aggredire il mercato delle telco e di chi ne produce l’infrastruttura? Sebbene la crescita esponenziale fatta registrare dal gruppo in poco più di un decennio dalla fondazione sembri suggerire di non poter escludere alcuna ipotesi, con tutta probabilità ciò non avverrà. Piuttosto, il colosso di Menlo Park contribuirà a favorire l’innovazione in ogni ambito legato a comunicazioni e connettività, sapendo di poter essere la prima realtà a poterne beneficiare nel lungo periodo. Il tutto con un approccio aperto, condiviso, perché per Facebook il concetto di sharing va ben oltre le bacheche dei social network.

di Girolamo Stabile

La finanza ai tempi dei social network

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Pubblicato su SocialCom a firma Girolamo Stabile

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Sono sempre più le app, gli strumenti e le piattaforme di stampo social dedicate a chi si occupa di finanza e investimenti ma come orientarsi tra questi strumenti? Di quali app ci si può fidare e quali prestazioni garantisce ognuna di esse?

Ai tempi di Facebook, Twitter e LinkedIn, le dinamiche social sono inevitabilmente giunte a interessare e contaminare anche il mondo della finanza e degli investimenti, spalancando così le porte all’avvento di nuove possibilità, in primis per quanto riguarda lo scambio delle informazioni e la condivisione di consigli utili a migliorare le proprie strategie.

Poter contare su più punti di vista, pareri e previsioni significa aver accesso a prospettive differenti e differenziate, aiutando in questo modo a non focalizzarsi su una sola strada da seguire. In altre parole, strumenti di sharing evoluti possono costituire un valido alleato nella gestione del proprio capitale e nella pianificazione delle transazioni. Per muovere i primi passi in quello che può essere definito come un nuovo scenario nel management degli asset è anzitutto necessario conoscere quali sono le vie percorribili.

Si prendano in considerazione piattaforme come Estimize se si desiderano conoscere le previsioni relative all’andamento dei titoli sul mercato azionario. L’approccio impiegato per formulare le previsioni è duplice: da una parte l’uso di complessi e avanzati algoritmi che analizzano le performance passate, dall’altra l’aggregazione di intuizioni raccolte da analisti, trader e insider. Il risultato così ottenuto si rivela spesso di gran lunga più accurato rispetto a quanto prospettano i singoli esperti del settore, poiché facendo leva sulle opinioni di più soggetti si va a ridurre in modo significativo il potenziale margine di errore. Lo stesso fa ClosingBell, applicando un metodo collaborativo e condiviso allo stock trading, mettendo altresì a disposizione approfondimenti e notizie aggiornate in tempo reale.

Impossibile non citare anche StockTwits, la cui vocazione social risulta ben chiara fin dal primo sguardo all’interfaccia. Una piattaforma frequentata da centinaia di migliaia di utenti a livello globale, il cui compito è quello di aggregare informazioni, indiscrezioni e previsioni relative ai singoli titoli, provenienti da affidabili fonti interne. Lo stesso vale per investFeed.

Ci sono poi applicazioni come Openfolio che nascono con l’obiettivo dichiarato di soddisfare un’esigenza ben precisa: rendere la gestione degli investimenti un’attività alla portata di tutti, facendo leva sulle enormi potenzialità della tecnologia mobile per creare un filo diretto tra chi desidera far fruttare il proprio capitale e gli esperti del settore. Il tutto nel nome della trasparenza. Nvestly fa lo stesso, unendo inoltre i diversi account utilizzati per il trading e fornendo così una panoramica immediata sull’andamento generale, rendendo il tutto social mediante l’interazione con i propri contatti.

Come affermavano i latini, “scientia potentia est”, ovvero “la conoscenza è potere”. Una locuzione che ha origini profondamente radicate nel passato, ma certamente applicabile anche all’odierno mondo della finanza, poiché il modo migliore per ottenere risultati è comprendere quali siano le chiavi del successo di chi vi è già riuscito. Da questa premessa nascono app come iBillionaire e Covestor, che monitorano le mosse di investitori ed economisti di alto profilo per carpirne i segreti. Un simile approccio può tornare utile soprattutto a chi muove i suoi primi passi in questo ambito, avvicinandosi al trading e necessitando inevitabilmente di elementi base sui quali sviluppare una propria strategia.

Tutto ciò posto, va infine ricordato che tutti questi nuovi strumenti non garantiscono alcun risultato ed ogni investimento deve sempre essere fatto avendo piena comprensione dei rischi di mercato.

di Girolamo Stabile.

 

 

Social media e rappresentanza diretta

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Pubblicato su SocialCom a firma Girolamo Stabile

Girolamo stabile

Qualche giorno fa il Movimento 5Stelle romano ha avanzato una proposta interessante: una delibera secondo cui sarebbero possibili petizioni online e voto elettronico relativo a referendum comunali con abolizione dei quorum.

Il tema è sicuramente attuale e potrebbe alleviare la sindrome di stanchezza e/o inefficacia di cui sembrano soffrire i modelli tradizionali di rappresentanza. Ecco la mia riflessione pubblicata su SocialCom.

Non considerando ai fini di questa riflessione sia gli aspetti propagandistici di questa proposta sia la reale politica amministrativa fin qui realmente svolta da questo movimento e dal sindaco che ne deriva, il principio avanzato della democrazia diretta attraverso internet è sicuramente meritevole di attenzione, in quanto, individua uno strumento contemporaneo, “elettrico e veloce” che se utilizzato correttamente potrebbe avere effetti importanti.

Come di recente notato nella recensione di “Contro le elezioni – Perché votare non è più democratico” che ho recentemente scritto per il quotidiano Blitz, l’utilizzo di un modello  bi-rappresentativo secondo cui una forma organizzata di partecipazione diretta dei cittadini possa essere chiamata ad esprimersi anche su materie tradizionalmente riservate ad organismi composti da cittadini eletti sarebbe il miglior rimedio possibile alla sindrome di stanchezza delle attuali istituzioni. Pertanto la proposta del M5S dovrebbe essere accolta con interesse.

Ciò posto, i giornali del giorno seguente (mercoledì 5 aprile) riportano alcuni commenti interessanti. Nei termini che seguono:

  • Roberto Giachetti, aperto ed intellettualmente onesto, riconosce in una intervista al Corriere della Sera il merito della proposta. Tuttavia, evidenzia il fatto che la materia, i cui termini sono stati esposti per le vie brevi in una conferenza stampa, riguarda temi per cui occorre consultare anche il consiglio comunale. Ciò in quanto si rende necessaria una modifica dello statuto comunale. Inoltre, l’eventuale piattaforma digitale da utilizzare non dovrebbe essere quella di proprietà del M5S, vale a dire Rousseau;
  • Piero Ignazi su Repubblica riconosce il valore della E-democracy, in particolare, l’effetto immediato della partecipazione. Tuttavia, pone alcuni elementi da considerare attentamente. Il primo elemento riguarda il digital divide che attualmente esiste nella nostra società. Infatti, non tutti i cittadini hanno dimestichezza o diretto accesso al web per ragioni anagrafiche, culturali etc. Di conseguenza, una parte della popolazione potrebbe essere esclusa dalla consultazione. Il secondo elemento riguarda l’identificazione personale dei partecipanti in una ipotetica consultazione. Il terzo ed ultimo elemento riguarda la definizione della agenda sulla quale i cittadini sarebbero chiamati ad esprimersi e la metodologica secondo cui i temi oggetto della consultazione emergono;
  • Infine, vari commenti alla proposta disponibili on-line si concentrano sull’eventuale conflitto di interessi nell’utilizzare il modello Rousseau e, dunque, si invocano anche vere e proprie gare pubbliche mirate ad identificare il modello software da utilizzare.

Per concludere, una proposta interessante che dovrebbe diffondere nell’amministrazione di un comune l’effetto real time del web dovrà inevitabilmente fare i conti con aspetti burocratici ma anche di merito. Un tema, questo, su cui gli operatori dei social media devono riflettere.

Finanza e Social Media: quali prospettive?

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Pubblicato su SocialCom
Finanza e Social MediaCirca 30.000.000 di utenti ogni mese generano sui social media quasi 70.000.000 di azioni su tematiche relative al mondo della finanza.
I Social rappresentano uno spaccato culturale molto ampio nel quale anche la finanza si è ritagliata un proprio importante spazio.

Per capire meglio quali siano le prospettive nate dall’incontro di questi due mondi ho fatto una chiacchierata con gli amici di SocialCom, magazine digitale con focus su web e social network.

Il mondo della finanza sembra ancora distante dai social media. È così?

«In realtà con l’avvento di piccoli fondi, o spinofff di fondi più grandi e istituzionali, i social media sono entrati nel mondo finanziario. Basta andare a guardare i siti e tutti hanno il collegamento a profili  Facebook, Instagram e Twitter. È chiaro che per le sue caratteristiche il social che è stato scelto come canale preferenziale è da anni LinkedIn: molti operatori finanziari lo usano per postare contenuti che ritengono di interesse per la propria community».

Una delle caratteristiche dei social è la comunicazione disintermediata. Le notizie circolano spesso senza il filtro di mediatori, come giornalisti o istituzioni. Quali sono i rischi e le opportunità?

«In generale credo sia un aspetto positivo. Chiunque può comunicare in modo immediato e diretto verso i propri contatti, il target a cui ha scelto di rivolgersi. Questo rappresenta di certo un rischio. Se il divulgatore della notizia vuole offrire un contenuto di qualità, allora il meccanismo è perfetto. Purtroppo spesso si dà molto potere a personaggi che vogliono solo fare mera propaganda e riempiono il Web di roba inutile e pericolosa».

Oggi ci sono tanti ragazzi giovani e di talento nel mondo dei social media che stentano a farsi notare in un Paese, come il nostro, dominato da una classe dirigente vecchia. Come si fa a emergere come hai fatto tu?

«La questione è complessa e riguarda un po’ tutte le categorie (avvocati, architetti, musicisti…). Anche se c’è da dire che chi lavora nel mondo digitale è di certo più penalizzato. Direi che c’è la necessità da parte dei giovani di imparare a comunicare ciò che fanno, quali sono le loro professionalità e come inquadrarle. Insomma, avere un atteggiamento anche proattivo. Il  contesto sta, tuttavia, mutando. Le aziende in genere hanno scoperto tardi il potere enorme della Rete e hanno capito finalmente quanto la loro reputazione si possa consolidare con un buon lavoro sui social media. Siamo in ritardo, ma le cose si muovono e si apriranno sempre più spazi interessanti per i giovani».

La disoccupazione ha spinto molti a cercare di mettersi in proprio sul digitale con le startup. Ma anche qui il quadro non è dei più rosei in Italia, scarsi investimenti e un altissimo tasso di mortalità. Perché gli investitori scommettono così poco su questi nuovi business digitali?

«Non tutte le startup sono Facebook e Snapchat, questo è un dato di fatto. Eppure proprio il successo di alcuni business digitali in Borsa spinge molti investitori a scommetterci. In generale, il fenomeno ha avuto una sua evoluzione e oggi lo startupper che viene fuori “con un’idea dal suo garage” ha poche speranze di essere finanziato. Questo perché gli investitori in genere scelgono di mettere soldi in neoimprese già un po’ più consolidate, con una chiara idea di business e una buona organizzazione. Quindi gli startupper devono fare un salto in avanti e presentarsi in modo più disciplinato, con numeri, metriche ottenute in una precedente fase di sperimentazione».