Investimenti e finanziamenti: venture capital e private equity – di Girolamo Stabile

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Pubblicato su Ravenna24Ore a firma Girolamo Stabilegirolamo-stabile

Imprese affermate e startup che si affacciano al mondo dell’imprenditoria possono trovare nel venture capital e nel private equity due strade percorribili per reperire fondi per la propria attività. Al tempo stesso, per gli investitori queste formule possano rappresentare opportunità di guadagno.

Muovendo i primi passi nel mondo dell’imprenditoria o avviando un’espansione della propria attività ci si trova inevitabilmente a dover fare i conti con l’esigenza di cercare e ottenere fondi per la propria impresa. Se rivolgersi ai tradizionali istituti di credito rimane una via percorribile, le alternative non mancano.

Venture capital

Una possibilità da valutare è quella rappresentata dalla formula del venture capital, un’operazione che si rivolge esclusivamente alle realtà non quotate su un mercato regolamentato. Solitamente, chi decide di mettere a disposizione la propria liquidità, ha intenzione di generare un rendimento piuttosto elevato in un periodo relativamente breve, ad esempio dai tre ai cinque anni. L’investitore può inoltre fornire il proprio supporto a livello di competenze professionali, manageriali o tecnologiche, affinché l’azienda finanziata possa crescere e svilupparsi nella giusta direzione e nel minor tempo possibile. In quest’ottica non ci si discosta poi molto dalle dinamiche che regolano le soluzioni di crowdfunding.

Le imprese che possono beneficiare di tali fondi sono in primis quelle ritenute ad alto rischio dagli istituti di credito quando questi ultimi si trovano a valutare la possibilità di concedere un finanziamento. Il venture capitalist è dunque colui che individua un potenziale da esprimere e fornisce gli strumenti necessari affinché questo accada, ancor prima che i prodotti o i servizi oggetto dell’attività abbiano iniziato a generare profitti.

È dunque ben comprensibile il motivo per cui la formula si adatta a quelle aree e a quei settori in cui si rileva un elevato progresso tecnologico, dimostrandosi maggiormente redditizia ogni qualvolta ci si trova di fronte a un’importante innovazione: è accaduto con frequenza nel periodo 1978-1980 in concomitanza con il boom del mercato software e all’inizio degli anni duemila con la diffusione su larga scala dell’accesso a Internet. In conclusione, quando si parla di venture capital, l’investitore è pronto ad assumersi il rischio con la prospettiva di ottenere rendimenti considerevoli. Due esempi su tutti di aziende che hanno mosso i loro primi passi proprio grazie a questo tipo di finanziamenti: Tiscali per quanto riguarda il mercato italiano e Google nella Silicon Valley d’oltreoceano.

Private equity

Nel private equity, invece, l’investitore rileva quote di una società definita target, acquisendo azioni già esistenti oppure di nuova emissione. In questo caso, a differenza di quanto visto in precedenza, i capitali possono essere destinati anche a realtà già quotate, ma che manifestano espressamente l’intenzione di abbandonare il mercato azionario (public private equity). Chi riceve i fondi accetta di cedere una parte del capitale sociale e di accogliere una realtà esterna nella partecipazione agli utili.

A livello globale, importanti operatori del settore dal punto di vista dei fondi gestiti sono ad esemio The Carlyle Group (fonte Private Equity International, dati aggiornati al 2014), Kohlberg Kravis Roberts, The Blackstone Group, Apollo Global Management e TPG Capital.

Nel corso del proprio ciclo vitale, che solitamente si estende da un minimo di 5 a un massimo di 30 anni (la durata è prestabilita), la destinazione del fondo viene diversificata, così da ridurre l’entità del rischio: mai più del 15% della quota gestita viene destinata a un solo investimento. Rientrano in questa categoria anche i seed capital e l’attività degli angel investor, solitamente destinati alle nuove realtà come le startup.

Quali sono le differenze?

La formula del private equity è solitamente associata a realtà che già hanno uno storico alle spalle. Può trattarsi di aziende, appartenenti a qualsiasi settore, il cui business si è visto contrarre a causa delle motivazioni più diverse: dall’inefficienza dell’apparato organizzativo alla comparsa sul mercato di nuovi concorrenti, fino a cambiamenti sociali o culturali che in breve tempo rendono obsoleto quanto offerto (si pensi al ciclo di vita di un prodotto legato a una tendenza momentanea). In un contesto di questo tipo gli operatori fanno il loro ingresso e consolidano l’attività, ottimizzandola, così da ridurre eventuali perdite e incrementare gli utili.

Un altro fattore che differenzia le due forme di investimento è quello relativo alla quota soggetta all’acquisizione che può essere di controllo e con deleghe alla gestione della società. La size dell’investimento dipende dalle dimensioni dei soggetti coinvolti e poò raggiungere cifre significative: se nel caso del venture capital si può arrivare solitamente al 50% (o meno) del pacchetto, spesso nel private equity l’operazione interessa l’intera società, concedendo dunque a chi gestisce i fondi il pieno potere decisionale sulle strategie da attuare.

Di Girolamo Stabile

Private Equity e accesso al credito di Girolamo Stabile

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Nuovo articolo per SocialComItalia di Girolamo Stabile su Private Equity
Nuovo articolo per SocialComItalia di Girolamo Stabile su Private Equity

Articolo su Private Equity

SocialComItalia ha ospitato un altro approfondimento, stavolta su Private Equity. Ecco un estratto.

Di fronte alla prospettiva di avviare e far crescere la propria attività, ogni imprenditore si trova a dover valutare le diverse opportunità a disposizione per ottenere la necessaria provvista economica. Non esiste una sola strada percorribile e dunque la decisione dev’essere valutata e ponderata con attenzione, prendendo in esame ogni possibile scenario e sviluppo futuro.

Optare per un accesso al credito mediante un istituto bancario significa dover restituire quanto ricevuto, ovviamente maggiorato degli interessi pattuiti, rispettando scadenze predefinite e concedendo generalmente garanzie a tutela del capitale erogato. Una via che potrebbe essere preclusa alle realtà senza un track record del business, ad esempio nel caso delle startup, ma che al tempo stesso assicura la totale indipendenza nella gestione dell’azienda e il completo controllo sui profitti che si andranno generando.

L’alternativa si chiama private equity e coinvolge investitori disposti ad immettere equity in cambio di una partecipazione agli utili e al capitale.

 

A questo link trovate l’articolo per intero.

Private equity articolo per SocialComItalia

 

Girolamo Stabile

Il Private placement per finanziare le imprese, il mio intervento su Milano Finanza

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Pubblicato su Milano Finanza dell’8 marzo 2016 a pagina 18

private placementUn’impresa che non cresce è destinata alla stagnazione o, peggio, al lento esaurirsi della propria attività. Uno degli imperativi per ogni imprenditore è infatti quello di individuare costantemente strumenti che permettano l’espansione e il miglioramento dell’azienda, attingendo a risorse aggiuntive o alternative rispetto al tradizionale settore bancario.

L’acquisto di un nuovo macchinario, la costruzione di un impianto tecnologicamente avanzato, la conquista di un nuovo mercato estero, una campagna pubblicitaria per raggiungere un bacino più ampio di consumatori. Sono questi alcuni esempi delle esigenze che spingono un imprenditore a richiedere un prestito.

Lo scenario attuale caratterizzato ormai da tempo dal credit crunch presenta una serie di sfide, a causa della scarsa propensione al rischio in un momento di forte incertezza dei mercati. Per questo può essere utile rivolgersi a strumenti alternativi di finanziamento. Fra questi un ruolo interessante è costituito dal Private Placement.

Continua a leggere l’articolo sul sito di Milano Finanza

Su Startupitalia: Cosa sono i mini-bond e come possono aiutare a finanziare una startup

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Permettono alle piccole e medie imprese di rivolgersi direttamente al mercato dei capitali in alternativa al canale bancario tradizionale. Mini guida ad uno strumento poco noto ma utile per finanziare la tua startup

Come finanziare la tua startup

startupitaliaL’ampliamento o lo sviluppo di un’impresa presuppone necessariamente il reperimento di risorse finanziarie. Gli strumenti più usati sono generalmente il ricorso al credito bancario, il finanziamento soci o, in alcuni casi, il ricorso al venture capital. Tuttavia, sulla base delle attuali condizioni di mercato, questi strumenti presentano spesso diverse complessità.

È opportuno quindi concentrarsi su uno strumento alternativo, relativamente nuovo ma in grande espansione, utile per le aziende che hanno alle spalle già un po’ di esperienza, il “mini-bond”.

Ho approfondito il tema in un articolo sul magazine Startupitalia che puoi leggere qui. 

Una recensione del blog su Key4biz

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recensione sito girolamo stabileOggi Key4biz, l’autorevole quotidiano online sulla digital economy e la cultura del futuro, diretto da Raffaele Barberio pubblica una bella recensione del blog.

L’articolo sottolinea come il blog fornisca “una serie di consigli utili a chi investe e opera nel mondo della finanza a livello internazionale, sempre con un occhio attento alla realtà italiana”.  Il magazine coglie l’occasione anche per inserire il mio profilo nel suo Who is who.

Qui puoi leggere la recensione del blog.

 

Mini-bond e Pmi, il mio articolo su Lettera 43

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lettera43Lo scenario economico italiano presenta grandi sfide per le piccole e medie imprese che intendono sviluppare le proprie attività e che, dunque, hanno bisogno di nuovi capitali.

Ho parlato del tema in un articolo pubblicato su Lettera 43, il quotidiano economico diretto da Paolo Madron. Mi sono soffermato in particolare sul rapporto fra mini-bond e piccole e medie imprese:

In un momento in cui il ricorso al credito bancario presenta qualche complessità può essere utile considerare strumenti alternativi di finanziamento tra cui i mini-bond, che permettono alle piccole e medie imprese di rivolgersi direttamente al mercato dei capitali proprio in alternativa al canale bancario tradizionale.

Ho sottolineato in modo particolare che i mini-bond sono uno strumento particolarmente utile per riconnettere in maniera virtuosa l’economia finanziaria a quella reale:

I mini-bond sono uno strumento con grandi potenzialità in un sistema profondamente “banco-centrico” come quello italiano. La loro progressiva diffusione, ha osservato un report pubblicato dal Ministero dello Sviluppo Economico e dal Consorzio camerale per il credito e la finanza, ha un impatto determinante sul ristabilimento di un legame tra il risparmio nazionale e l’economia reale, così come sull’attrazione di investitori internazionali. In altri termini, si crea un importante punto di incontro tra l’economia finanziaria e quella reale, nel senso che la prima sostiene la seconda.

Puoi leggere tutto l’articolo su Lettera 43

 

Asset management: interpretare il cambiamento per affrontare le sfide del futuro

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La focalizzazione sui paesi emergenti, la semplificazione, la trasparenza, l’utilizzo delle nuove tecnologie sono gli elementi cardine per interpretare e gestire i cambiamenti in atto. Alla luce dei dati positivi sulla raccolta netta in Italia, occorre affrontare le nuove sfide per imparare a conoscere e dominare i mercati anche nei prossimi dieci anni. Le tendenze più interessanti in un report della società di consulenza Pricewaterhouse Coopers

Nel post precedente mi sono soffermato sul valore della lungimiranza e sull’importanza di comprendere in anticipo i trend che caratterizzeranno il mercato negli anni a venire. Questo non vale solamente per le aziende, ma anche e soprattutto per chi si propone come gestore per conto di investitori e necessita, giorno dopo giorno, della loro fiducia.

asset management 

I mercati cambiano ad un ritmo spiazzante, obbligandoci a non farci assorbire eccessivamente dalla gestione del quotidiano e a volgere lo sguardo al prossimo decennio. Quali qualità saranno richieste per svolgere bene il nostro mestiere nel 2020? Come evolverà il settore dell’Asset Management nei prossimi anni? Quali saranno le nuove sfide da affrontare e vincere? La multinazionale della consulenza Pricewaterhouse Coopers ha presentato in questi giorni un report sul settore dell’Asset Management interessante non solo per gli addetti ai lavori. Questi sono i dati e i punti che mi hanno colpito maggiormente e che vorrei condividere con voi.

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Eccellenze italiane e finanza: quali settori e quali paesi tenere d’occhio

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L’Italia costituisce un ottimo target per gli investitori stranieri per la possibilità di garantire una diversificazione del portafoglio e, grazie alla qualità del prodotto, di offrire un ritorno sugli investimenti costante. Per questo diventa interessante non più solo per le aziende nordamericane ma anche per i trophy asset del mondo arabo e del Middle East

Gli investitori stranieri guardano con sempre più interesse al nostro Paese e le recenti acquisizioni, alcune delle quali hanno anche raggiunto le prime pagine dei giornali, hanno confermato la portata e la rilevanza di questo trend.

Analizzare i Paesi di provenienza di questi capitali può rivelare informazioni preziose per capire in maniera più profonda la nuova geografia degli investimenti nel Made in Italy.

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Infatti, l’attenzione verso questo settore non proviene solo più dal nord America. Attraverso i trophy asset, un numero sempre crescente di investitori provenienti dal mondo arabo e del Middle East manifestano sempre maggiore interesse verso le eccellenze italiane.

Forte delle sue caratteristiche culturali e delle sue attrazioni, l’Italia si presenta come un ottimo target per due ragioni fondamentali.

Da una parte, infatti, le aziende del nostro Paese rispondono perfettamente alla necessità di diversificazione del portafoglio a cui questi investitori puntano, a causa della sempre maggiore volatilità del petrolio sui mercati.

Dall’altra il ritorno sugli investimenti è assicurato dalla qualità e dalla cura del marchio che le aziende del Made in Italy possono vantare.

Per queste ragioni, non è difficile immaginare che questa tendenza continui per i prossimi anni in alcuni settori della nostra economia, in particolare per le attività collegate alla produzione industriale, alle infrastrutture, al Real Estate e al fashion.

 

Made in Italy e Borsa: lavorare insieme per crescere

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Le piccole e medie imprese italiane producono eccellenze apprezzate in tutto il mondo ma generano un mercato dei capitali ristretto. Basti un esempio: l’intero flottante della Borsa italiana vale meno di una singola azienda americana, Google. In questo contesto possono giocare un ruolo importante per la crescita strumenti alternativi come il private equity e i mini bond

private equity

Non è un mistero, almeno per gli addetti ai lavori, che le piccole dimensioni della maggioranza delle aziende italiane sia uno dei temi spinosi della nostra economia. Se da una parte infatti le piccole e medie imprese sono spesso altamente specializzate e creano le eccellenze delle nicchie di mercato apprezzate in tutto il mondo, dall’altro la scarsa crescita le costringe, a un determinato punto della propria esistenza, a cedere a capitali stranieri per continuare a esistere. Come conseguenza la Borsa Italiana costituisce un mercato di capitali ristretto.

Un recente articolo di Repubblica affronta il tema citando un dato che dovrebbe far riflettere: il flottante della Borsa italiana vale circa 340 miliardi di euro, 50 miliardi in meno rispetto a una singola azienda americana, Google. Se poi si guarda al dato del settore privato, che ammonta a 150 miliardi di euro, tutte le nostre società quotate in Borsa valgono quanto la sola Toyota, e 60 miliardi in meno rispetto a Nestlé.

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Pastificio di Chiavenna: quando la finanza sostiene il Made in Italy d’eccellenza

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pastificio chiavennaDopo quello di Grom un altro caso in cui lo strumento finanziario sostiene la crescita di realtà di eccellenza del Made in Italy.

Pastificio di Chiavenna, storica azienda italiana del settore food ha ceduto l’82% della proprietà ad Alto Partners sgr, operazione che si è resa possibile grazie all’intervento del fondo Alto capital III.

La compagnia valtellinese, fondata nel 1868, è specializzata nella produzione di pasta dietetica e speciale ed è conosciuta ai consumatori con i pizzoccheri a marchio Moro.

L’azienda ha deciso di ricorrere all’intervento di un fondo d’investimento per farsi supportare nei suoi progetti di crescita nel nostro Paese e all’estero, dove già esporta il 43% del proprio prodotto.

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