Brexit, a che punto siamo? Il punto di vista di Girolamo Stabile

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Pubblicato su BlitzQuotidiano a firma Girolamo Stabile
Londra –  Sono già passati quasi 2 anni da quando la maggioranza dei cittadini inglesi ha deciso di abbandonare l’Unione Europea, dando vita ad un lungo processo che dovrebbe portare la Gran Bretagna fuori dall’Unione nel 2020. Ma qual è lo stato dell’arte? Come si stanno evolvendo gli scenari? Ne abbiamo parlato con Girolamo Stabile ecco il suo punto di vista.

Il senso generico della vittoria del “leave” ha lasciato al governo inglese il compito di meglio definire i termini secondo cui la Gran Bretagna dovrà lasciare l’Unione Europea. I negoziati portati avanti a questo fine con le istituzioni europee hanno dovuto tenere in considerazione alternative complesse e tempistiche dilatate. Elementi, questi, che hanno reso evidente quanto sia difficile un passo indietro dall’Unione Europea anche per una nazione che non aveva aderito né agli accordi di Schengen né all’Euro. Post-referendum sono emerse questioni commerciali e doganali che hanno portato il governo inglese ad ipotizzare varie soluzioni percorribili per l’uscita dall’Unione Europea, al fine di minimizzare i danni, in larga parte economici, che una hard-Brexit inevitabilmente comporterebbe. Pertanto, il governo inglese ha dovuto tenere in considerazione l’ipotesi di restare all’interno dell’unione doganale per salvaguardare i rapporti con l’Irlanda del Nord, ovvero, considerare l’ipotesi di restare all’interno del mercato unico per tutelare il 50 per cento dei propri scambi commerciali. Il dilemma politico che ne deriva è in sintesi: uscire dall’Unione Europea e conservare le attuali relazioni commerciali e/o doganali sulla base delle regole europee o, in alternativa, uscire totalmente senza mantenere alcuna prerogativa tipica degli stati membri.

 

A tal proposito, va, ad esempio, notato che parte della strategia post-Brexit del governo inglese sembra essere quella di stipulare nuovi accordi commerciali con il resto del mondo. In questo senso l’Unione Europea ha autorizzato la Gran Bretagna ad avviare negoziati anche durante la fase di permanenza transitoria che dovrebbe concludersi nel dicembre 2020.

Su questa base, il governo inglese, si è di recente rivolto ai paesi del Commonwealth, ossia l’organizzazione che riunisce 53 paesi, molti dei quali ex colonie dell’impero britannico. Tuttavia, l’effetto minimo di questa azione deriva dal fatto che attualmente solo il 9% delle esportazioni britanniche è rivolto al Commonwealth mentre il 43% è rivolto all’Unione Europea.

Tutto ciò posto, va soprattutto notato che la presa di coscienza delle conseguenze di un primo referendum probabilmente mal gestito, porterebbe alcuni esponenti della politica inglese a sostenere la tesi secondo cui l’esito dei negoziati in corso tra il governo inglese e l’Unione Europea dovrebbe essere nuovamente sottoposto a un secondo referendum, il cui eventuale esito negativo dovrebbe determinare la permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea.

Tralasciando ai fini che qui rilevano gli aspetti tecnico-legali relativi alla fattibilità e/o opportunità di intraprendere nuovamente la via referendaria, una ulteriore azione in questo senso dovrebbe partire probabilmente da una migliore divulgazione delle ragioni del “leave” e del “remain” sulla base anche di quanto è fin qui emerso. Di conseguenza, occorrerebbe una maggiore comprensione del fenomeno da parte di tutti gli inglesi e non solo da parte delle élite del paese, altrimenti l’esito di un nuovo referendum, per cosi dire “riparatore”, potrebbe non essere quello auspicato.

Ripercorrendo l’analisi della vittoria del leave proposta da Marco Revelli nel suo libro Populismo 2.0 (Einaudi, 2017) è possibile notare quanto segue. Il referendum ha avuto una partecipazione notevole pari al 72,2% degli aventi diritto, vale a dire 33 milioni e mezzo di cittadini. Il leave ha avuto una maggioranza pari al 51.9% rispetto al 48.1% del remain, registrando uno scarto di voti pari a 1.269.501.

In aggiunta, ciò che soprattutto rileva ai fini dell’analisi di questo esito secondo l’autore è stata la distribuzione del voto sul territorio inglese. L’approvazione del leave è arrivata da un “voto geografico” più che da un voto politico.

Immaginando la mappa della Gran Bretagna, l’impressione che ne deriva è la seguente: la Scozia e l’Irlanda si sono mostrate uniformemente a favore del remain, il resto della nazione, di converso, a favore del leave ad esclusione di Londra e qualche altra città.

 

Continuando l’analisi del link voto/territorio, si può notare quanto segue. Il leave prevale in 263 votino area su 392 in particolare questo voto prevale nelle aree rurali e nei piccoli centri e si sviluppa in senso parallelo con lo status sociale dei votanti. Più in dettaglio, il voto contro l’Europa è arrivato principalmente dalle aree più isolate del Paese, meno scolarizzate e presumibilmente, anche meno informate, ma anche da molte città (di medie e grandi dimensioni)  in cui si trovano gli insediamenti industriali del paese colpiti dal declino della Old Economy e del settore manifatturiero.

In senso diametralmente opposto, il voto a favore dell’Europa è arrivato da quella parte di territorio in cui sono presenti attività economiche legate alla finanza, alla comunicazione, al terziario e quaternario avanzato. In sintesi, tutte attività influenzate dalla globalizzazione e rappresentate dalla new economy. In aggiunta, anche il dato anagrafico rileva come le fasce di età alta (dai 55 anni e pensionati) si sono orientate verso il leave.

Pertanto, alla base dell’esito del referendum non sembra esserci una cultura politica di riferimento, ma piuttosto uno stato d’animo avverso all’Unione Europea. A favore del leave hanno giocato un ruolo determinante la questione dell’emigrazione ed i costi sostenuti per l’appartenenza all’Unione Europea. Analogamente, a favore del remain ha giocato un ruolo determinante l’eventuale impoverimento del paese e la scomparsa e/o ridimensionamento della City.

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Ciò posto, pare anche interessante notare gli aspetti di propaganda e/o di comunicazione artistica legata alla campagna relativa alla Brexit. In questo senso si può fare riferimento ad una mostra in corso al The Design Museum di Londra.

Il titolo della mostra è: “Hope to Nope  – Graphics and politics 2008-2018”. La mostra in generale si occupa della relazione tra comunicazione e politica negli ultimi dieci anni. In questo contesto, sono presenti anche immagini usate durante la campagna del Brexit e opere prodotte da artisti dopo il referendum. Tra le tante immagini presenti, per quanto fin qui detto si da evidenza di una foto e dell’opera di un artista inglese. La prima è la foto del “Vote Leave Bus” che rappresenta una immagine chiave della campagna. In particolare, si nota un enorme bus rosso in cui campeggia una scritta bianca secondo cui il costo della permanenza all’interno dell’Unione Europea sarebbe pari a 350 Mln di Sterline a settimana. Un somma questa, che sempre secondo lo slogan potrebbe essere meglio impiegata a favore del servizio sanitario inglese. La seconda è un’opera realizzata dall’artista inglese Mr. Bingo. Il titolo dell’opera è “Brexit Tea Towel” e a fronte della seguente scritta: “people who voted for brexit who are now dead” vi sono 9 file di disegni raffiguranti i volti di persone anziane.

Per concbrexit_tea_towel_hero_grandeludere, la campagna della Brexit si può riassumere nell’immagine di un tessuto sociale diviso, in quanto diversi sono gli interessi e la predisposizione al cambiamento. Da qui al 2020, pertanto, chi prepara un eventuale nuovo referendum dovrà soprattutto supportare un confronto sociale mirato essenzialmente sulla percezione della questione europea nel suo complesso.

Oro per pagare? Adesso è possibile con Gooldie. di Girolamo Stabile

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L’oro, un bene fisico e materiale, potrà diventare un “nuovo” mezzo di scambio con la piattaforma Gooldie.

La diffusione delle monete virtuali ha generato una nuova asset-class tendenzialmente oggetto di trading e non ancora, invece, una reale e diffusa forma di pagamento peer to peer o, più in generale, per gli acquisti online. La scarsa capitalizzazione di questo mondo ha registrato una significativa volatilità che, come nel caso del Bitcoin, ha determinato significative perdite di valore dopo un primo ed apparente aumento inarrestabile delle quotazioni.

 

Di conseguenza, alla monete virtuali definite “sintetiche”, si stanno progressivamente affiancando anche cripto valute emesse a fronte di asset reali e, dunque, meno inflazionabili: le così dette backed-criptocurrency. Un esempio recente di questa tendenza è rappresentato dalla piattaforma Gooldie il cui scopo è quello di permettere investimenti in oro o l’utilizzo di quest’ultimo come strumento di pagamento. La filosofica alla base di Gooldie sembra in sintesi essere quella del “back to basic”, nei termini che seguono.

 

Considerata la tendenza delle banche centrali ad emettere moneta, la possibilità per Stati e banche di essere oggetto di default, i tassi di interesse mantenuti artificialmente bassi e la illiquidità di commodities e asset alternativi, l’oro risulta essere un solido bene con un ottimo track-record oltre ad essere uno degli asset più liquidi sul mercato dopo le maggiori valute ufficiali esistenti.  A questo proposito, va peraltro notato che l’oro presenta una capitalizzazione di mercato pari a Euro 2,500 Bln ed è un bene reale che, in quanto tale, può essere anche detenuto e/o conservato direttamente.

 

Tutto ciò premesso, questa nuova piattaforma di investimento funziona come sorta di exchange grazie alla quale l’oro può essere acquistato e custodito in caveau blindati forniti da operatori indipendenti. Questo sistema centralizzato permette, inoltre, anche l’autentica delle transazioni. L’oro acquistato mediante Gooldie (1 Gooldie equivale a 1/1000 oz t, il cui valore corrente è circa 1 Euro) può essere detenuto a fini di investimento, utilizzato per pagamenti mediante carte prepagate oppure divenire oggetto di trading mediante l’internal gold desk della piattaforma.

 

In sintesi, dunque, l’investitore può generare profitto dall’eventuale apprezzamento dell’asset nel tempo, ovvero, mediante attività di trading e, dunque, secondo la logica classica del “bid/ask”  tipica del trading book.

 

All’investitore è data anche la possibilità di prelevare fisicamente l’oro e quindi di non  beneficiare più della gestione digitale mediante la piattaforma.

 

Ad oggi Gooldie ha concluso un primo ciclo di investimento seed per un ammontare pari ad Euro 500 mila. Tuttavia, le prospettive di crescita sono interessanti sia per il livello contenuto delle commissioni applicate dal management sia per la potenziale crescita di questo segmento di mercato che la piattaforma stima potrebbe raggiungere una cifra pari a circa Euro 10 bln.

Di Girolamo Stabile

Bitcoin e le altre criptomonete – di Girolamo Stabile

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Pubblicato su RomaDailyNews a firma Girolamo Stabile

Bitcoin e criptomonete Girolamo Stabile

Criptovaluta, moneta virtuale, Bitcoin, Ethereum, peer-to-peer: un tema sempre più discusso, ma sul quale c’è ancora molta confusione; cerchiamo di fare chiarezza per capire come funzionano questi nuovi strumenti decentralizzati per la gestione delle transazioni economiche.

Si sente sempre più spesso parlare di Bitcoin, ma cos’è in realtà? Il 15 settembre questa valuta ha avuto un crollo spaventoso, arrivando a costare meno di 3 mila dollari, un meno 40% rispetto al valore di inizio mese, riportandola alla ribalta delle cronache mondiali. Vale la pena perciò chiedersi quali sono le dinamiche che regolano la circolazione di una criptomoneta? Conviene investire su queste nuove valute virtuali? Quali i suoi possibili utilizzi? Ne ho parlato con RomaDailyNews.

Cos’è Bitcoin?

Per capire meglio cosa sia Bitcoin è bene partire da una precisazione, da ciò che differenzia una moneta virtuale da una che ha corso legale. Se a quest’ultima categoria possono essere ricondotte pressoché tutte le valute impiegate per le transazioni economiche su vasta scala a livello globale (inclusi, ad esempio, l’euro e il dollaro), quelle virtuali non sono soggette al controllo da parte di un ente centralizzato.

Nessun governo o istituto può dunque stabilire la creazione di nuova moneta per regolarne il valore: l’immissione di valuta nel circuito avviene tramite l’utilizzo di un software open source di tipo peer-to-peer (il concetto è molto simile a ciò che regola i circuiti P2P dedicati al file sharing, come BitTorrent), in modo aperto e condiviso da tutti i nodi connessi in Rete. L’attività è definita mining ovvero “estrazione”.

È stato stabilito fin dall’inizio che il numero complessivo di bitcoin (se scritto con la lettera maiuscola indica la tecnologia, con l’iniziale minuscola rappresenta invece la valuta) arriverà a una quota intorno ai 21 milioni di unità, con la metà delle nuove monete disponibili generata ogni quattro anni. In fase di scambio è comunque possibile frazionare un bitcoin fino all’ottava cifra decimale, così da poter stabilire con estrema precisione il valore del bene o del servizio acquistato o venduto.

Le origini

Il progetto Bitcoin nasce nel 2008 con la pubblicazione in Rete di un documento che ne illustra la natura da parte di Satoshi Nakamoto, pseudonimo dietro al quale si nasconde il reale creatore, la cui identità non è mai stata ufficialmente rivelata, nonostante le numerose ipotesi e indiscrezioni circolate sul Web. La teoria più accreditata è quella che porta all’informatico e uomo d’affari australiano Craig Steven Wright.

La circolazione della moneta ha invece inizio l’anno successivo, nel 2009. Nakamoto, che secondo alcuni potrebbe in realtà essere un appellativo creato per nascondere l’attività di un intero gruppo di persone, annuncia con la sua ultima comunicazione di aver abbandonato definitivamente il progetto nel 2011, affidandolo allo sviluppatore statunitense Gavin Andresen.

Come funziona?

Trattandosi di una criprovaluta, ogni transazione legata a Bitcoin avviene in Rete e non mediante lo scambio di moneta tangibile nel mondo reale. In altre parole, i bitcoin non sono stampati né coniati e, di conseguenza, non hanno alcun valore intrinseco.

Bitcoin.org

La gestione avviene mediante l’impiego di chiavi crittografiche: una pubblica che identifica l’indirizzo associato al suo proprietario e una privata conservata all’interno del cosiddetto wallet(portafogli). Poniamo il caso dell’utilizzo per l’acquisto di un bene: nel momento della transazione, chi compra rinuncia alla proprietà della moneta, aggiungendo la chiave pubblica associata al venditore sulla propria valuta e firmandola con quella privata.

L’invio avviene sotto forma di messaggio che si diffonde attraverso i nodi della rete peer-to-peer, che ne validano le chiavi e associano alla moneta spedita la chiave pubblica del nuovo proprietario. In questo modo l’intero sistema assicura che la medesima valuta non possa essere spesa più volte. Le transazioni vengono memorizzate, in ordine cronologico, all’interno della cosiddetta block chain, un registro pubblico e condiviso.

Quanto vale un bitcoin?

Essendo soggetto alla legge della domanda e dell’offerta, oltre che all’immissione periodica di nuova moneta (come già detto, ogni quattro anni), il valore dei bitcoin è variabile nel tempo.

Se nel corso degli ultimi anni si era assistito a una crescita continua, il 15 settembre, a causa di una stretta messa in atto dalla Banca Popolare Cinese sugli scambi di monete virtuali, il valore è arrivato a toccare il suo minimo storico: passando in pochi giorni dal valere 5.000 dollari a 3.000 dollari. Nella serata dello stesso giorno, la moneta era nuovamente in ripresa e la settimana si è chiusa con un calo di soli, si fa per dire, 14 punti percentuali.

99Bitcoins.com

Il trend potrebbe essere invertito da fattori come l’intervento di governi e istituzioni (al momento nessuno stato pone limiti alla circolazione dei bitcoin) finalizzato a contrastarne l’utilizzo o dalla crescita di altre criptomonete che svolgono la medesima funzione.

Le altre criptomonete

Bitcoin è la moneta virtuale più conosciuta e diffusa a livello globale, ma non l’unica. Le alternative più note sono Litecoin, Peercoin, Quark, Namecoin, Feathercoin, Primecoin. Dogecoin ed Ethereum, Quest’ultima in particolare ha fatto registrare una rapida diffusione e un conseguente forte incremento del valore nell’ultimo periodo. In ogni caso, tutte sono basate sul medesimo concetto di gestione decentralizzata della valuta.

Conviene investire in moneta virtuale?

Essendo soggetto a variazioni di valore, Bitcoin (così come le altre criptomonete) si presta ad essere strumento di trading e investimenti. Le opportunità di guadagno sono potenzialmente concrete (è più che quadruplicato dal 2014 a oggi), ma lo sono altrettanto le possibilità di perdita. Il consiglio, per chi desidera percorrere questa strada, è di diversificare la destinazione dei propri investimenti su più valute virtuali, minimizzando così il potenziale fattore di rischio.

Dove spendere BTC?

Grandi realtà del mondo online, come eBay e Amazon, già accettano Bitcoin come sistema di pagamento. Vi sono anche attività commerciali che fanno altrettanto, nonostante il loro numero sul territorio italiano sia ancora piuttosto esiguo: l’elenco può essere consultato su portali come BitCoinMap.org o mediante applicazioni mobile come Bitcoin Map.

Nel nostro paese sono già attivi alcuni ATM, del tutto simili a comuni sportelli bancomat, che permettono di convertire il denaro tradizionale in BTC tramite un semplice versamento. Un punto di contatto tra la moneta virtuale e il mondo fisico.

di Girolamo Stabile

Cos’è l’Impact investing? Lo spiega Girolamo Stabile

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Cos'è l'impact investing? Girolamo Stabile lo spiega per BlizQuotidiano

Impact investing come investimento

Cos’è l’impact investing? Cerco di spiegarlo con un articolo su BlizQuotidiano .

 

Il termine impact investing ha fatto capolino tra gli addetti ai lavori circa un decennio fa e non è un caso che tra i primi a utilizzarlo ci fosse un’organizzazione filantropica, la Fondazione Rockefeller. Questo perché, oltre alla logica del profitto alla base di ogni operazione finanziaria, chi sceglie di operare con questa formula persegue anche l’obiettivo di generare un impatto sociale, concreto e misurabile. La si potrebbe definire una forma d’investimento votata alla sostenibilità, in una lungimirante ottica di sviluppo collettivo.

Si tratta di un settore relativamente nuovo che può portare confusione nei non addetti ai lavori. A volte è confuso con la filantropia quando invece è un investimento che ha un ritorno economico calcolato nel lungo periodo. In pratica è una scelta strategica.

 

Si raccolgono dunque le sfide legate allo sviluppo, si individuano target e progetti da sostenere, se ne valutano le prospettive e infine si stabilisce dove destinare gli investimenti. La finanza d’impatto attrae non solo fondi privati, ma anche istituzioni e realtà governative.

 

Per ulteriori approfondimenti l’articolo intero su BlizQuotidiano .

 

 

Girolamo Stabile

I Social Media stanno cambiando la finanza di Girolamo Stabile

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Come i Social Media hanno cambiato il mondo della finanza di Girolamo Stabile
Come i Social Media hanno cambiato il mondo della finanza di Girolamo Stabile

Ecco come i Social Media stanno cambiando la finanza

L’influenza dei social media è arrivata a toccare e interessare pressoché ogni aspetto della nostra vita: le relazioni personali, anzitutto, ma anche la sfera professionale. Il mondo della finanza non è esente da questo trend. Non è facile delineare con precisione le dinamiche che sono andate innescandosi negli ultimi anni e che legano le piattaforme di condivisione online a chi si occupa di investimenti, in quanto si tratta di un panorama in costante evoluzione, soggetto a una mutazione continua.

Si può tuttavia affermare che i social hanno l’indubbia capacità di favorire la circolazione delle informazioni, per la loro stessa natura, con tutti i pro e i contro che ne derivano. È dunque bene conoscerli, individuare le opportunità che offrono e utilizzarne i canali per rispondere al meglio alle specifiche esigenze. Questo significa, per gli operatori, poter contare su uno strumento in grado di veicolare il proprio messaggio a un pubblico potenzialmente globale: essere presenti su Facebook o Twitter, per citare i due social più noti, significa essere individuabili, creare un contatto diretto con l’utente-cliente e costruire così un rapporto di fiducia quasi informale. Al tempo stesso, chi si trova dall’altra parte dello schermo, può contare su un supporto facilmente accessibile, competente e all’occorrenza capace di dispensare consigli. Non a caso anche i grandi gruppi hanno iniziato ormai da tempo ad offrire assistenza via social o addirittura attraverso le applicazioni di messaggistica istantanea come WhatsApp, Viber, Telegram o WeChat.

Il resto del mio articolo per Social Com qui: Articolo Social Com

Girolamo Stabile

Approfondire il crowfunding con Girolamo Stabile

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Pubblicato su SocialCom a firma Girolamo Stabile

Articolo di Girolamo Stabile su SocialCom Italia
Articolo di Girolamo Stabile su SocialCom Italia

Sebbene nessuno possa affermare con certezza di poter prevedere in modo accurato l’andamento di un business, puntare su investimenti diversificati può rivelarsi una strategia vincente. Anziché scegliere tra una formula che mira esclusivamente sull’una o sull’altra forma di crowdfunding, meglio puntare su entrambe, ricavandone maggiori benefici sul medio-lungo periodo e riducendo il fattore di rischio.

Ecco un mio articolo pubblicato su www.socialcomitalia.com:

Articolo di Girolamo Stabile su SocialComItalia

Startup o realtà affermate? Meglio esporsi al rischio e partecipare ai potenziali profitti o scegliere un rendimento fisso? Un approfondimento di Girolamo Stabile.

Si è soliti far ricorso al termine crowdfunding per definire tutte quelle piattaforme che permettono a chiunque di finanziare lo sviluppo di un’idea o il compimento di un progetto, in cambio di un accesso anticipato al prodotto o al servizio che si intende sostenere economicamente. Gli esempi più noti sono senza alcun dubbio Kickstarter e Indiegogo, vetrine virtuali che consentono a migliaia di team di esporre le proprie iniziative alla ricerca dei fondi necessari per avviarne la fase di realizzazione e la successiva commercializzazione. Alternative come GoFundMe, invece, si basano sulla raccolta di donazioni da destinare a singoli individui, famiglie oppure organizzazioni.

Questo tipo di dinamica interessa da vicino anche il mondo della finanza, muovendo un flusso di denaro in costante crescita a livello globale: 16,4 miliardi di dollari nel 2016 e 34 miliardi di dollari previsti per il 2017. L’interesse nei confronti delle soluzioni peer-to-business (P2B) aumenta in modo esponenziale e si vanno formando nuovi canali attraverso i quali far fruttare i propri investimenti. Conoscere gli strumenti a disposizione è il primo step necessario per chi desidera percorrere questa strada. Va anzitutto chiarita la differenza tra servizi di tipo equity e loan.

I primi mettono in contatto i finanziatori con le realtà alla ricerca di fondi, offrendo la possibilità di partecipare agli utili eventualmente generati dall’attività, di acquisire una quota del capitale sociale e di esercitare potere decisionale nelle strategie da attuare. Una forma di investimento che si rivolge soprattutto alle startup, dunque maggiormente esposta al rischio del capitale, ma al tempo stesso potenzialmente in grado di garantire un ritorno importante. L’esempio più significativo è quello fornito dall’imprenditore tedesco Peter Thiel, co-fondatore di PayPal e tra i primi a credere nel progetto Facebook, con un investimento da 500.000 dollari messo a disposizione del social network nel 2005, poi arrivato a fruttare 800 volte tanto. Sono riconducibili a questa forma di crowdfunding servizi come Eppela, Fundable e Seedrs.

Gli altri, di tipo loan, costituiscono di fatto delle piattaforme attraverso le quali concedere finanziamenti alle aziende. Vi si rivolgono solitamente le realtà con una forma di business consolidata o comunque già avviata. In questo caso, chi investe tendenzialmente ha maggiore sicurezza di non vedere intaccato il proprio capitale, potendo contare su una restituzione periodica del capitale (generalmente tra il 5% e il 9% ogni anno) aumentata degli interessi maturati. In altre parole, minor rischio, ma con un rendimento fisso e l’impossibilità di influenzare le decisioni della società. È il modello proposto da LendingClub, Funding Circlee Prosper.

A quale forma di crowdfunding affidarsi, dunque? La soluzione ideale può essere rappresentata dal giusto mix. Un portafoglio diversificato, da strutturare attraverso investimenti destinati ad almeno una decina di realtà, da scegliere tra startup con importanti margini di crescita, aziende che già hanno trovato una loro collocazione sul mercato e società invece ben affermate. Una piattaforma come Symbid, ad esempio, mette a disposizione tutti gli strumenti necessari per operare in questa direzione.

Sebbene nessuno possa affermare con certezza di poter prevedere in modo accurato l’andamento di un business, puntare su investimenti diversificati può rivelarsi una strategia vincente. Anziché scegliere tra una formula che mira esclusivamente sull’una o sull’altra forma di crowdfunding, meglio puntare su entrambe, ricavandone maggiori benefici sul medio-lungo periodo e riducendo il fattore di rischio.

Girolamo Stabile