Brexit, a che punto siamo? Il punto di vista di Girolamo Stabile

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Pubblicato su BlitzQuotidiano a firma Girolamo Stabile
Londra –  Sono già passati quasi 2 anni da quando la maggioranza dei cittadini inglesi ha deciso di abbandonare l’Unione Europea, dando vita ad un lungo processo che dovrebbe portare la Gran Bretagna fuori dall’Unione nel 2020. Ma qual è lo stato dell’arte? Come si stanno evolvendo gli scenari? Ne abbiamo parlato con Girolamo Stabile ecco il suo punto di vista.

Il senso generico della vittoria del “leave” ha lasciato al governo inglese il compito di meglio definire i termini secondo cui la Gran Bretagna dovrà lasciare l’Unione Europea. I negoziati portati avanti a questo fine con le istituzioni europee hanno dovuto tenere in considerazione alternative complesse e tempistiche dilatate. Elementi, questi, che hanno reso evidente quanto sia difficile un passo indietro dall’Unione Europea anche per una nazione che non aveva aderito né agli accordi di Schengen né all’Euro. Post-referendum sono emerse questioni commerciali e doganali che hanno portato il governo inglese ad ipotizzare varie soluzioni percorribili per l’uscita dall’Unione Europea, al fine di minimizzare i danni, in larga parte economici, che una hard-Brexit inevitabilmente comporterebbe. Pertanto, il governo inglese ha dovuto tenere in considerazione l’ipotesi di restare all’interno dell’unione doganale per salvaguardare i rapporti con l’Irlanda del Nord, ovvero, considerare l’ipotesi di restare all’interno del mercato unico per tutelare il 50 per cento dei propri scambi commerciali. Il dilemma politico che ne deriva è in sintesi: uscire dall’Unione Europea e conservare le attuali relazioni commerciali e/o doganali sulla base delle regole europee o, in alternativa, uscire totalmente senza mantenere alcuna prerogativa tipica degli stati membri.

 

A tal proposito, va, ad esempio, notato che parte della strategia post-Brexit del governo inglese sembra essere quella di stipulare nuovi accordi commerciali con il resto del mondo. In questo senso l’Unione Europea ha autorizzato la Gran Bretagna ad avviare negoziati anche durante la fase di permanenza transitoria che dovrebbe concludersi nel dicembre 2020.

Su questa base, il governo inglese, si è di recente rivolto ai paesi del Commonwealth, ossia l’organizzazione che riunisce 53 paesi, molti dei quali ex colonie dell’impero britannico. Tuttavia, l’effetto minimo di questa azione deriva dal fatto che attualmente solo il 9% delle esportazioni britanniche è rivolto al Commonwealth mentre il 43% è rivolto all’Unione Europea.

Tutto ciò posto, va soprattutto notato che la presa di coscienza delle conseguenze di un primo referendum probabilmente mal gestito, porterebbe alcuni esponenti della politica inglese a sostenere la tesi secondo cui l’esito dei negoziati in corso tra il governo inglese e l’Unione Europea dovrebbe essere nuovamente sottoposto a un secondo referendum, il cui eventuale esito negativo dovrebbe determinare la permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea.

Tralasciando ai fini che qui rilevano gli aspetti tecnico-legali relativi alla fattibilità e/o opportunità di intraprendere nuovamente la via referendaria, una ulteriore azione in questo senso dovrebbe partire probabilmente da una migliore divulgazione delle ragioni del “leave” e del “remain” sulla base anche di quanto è fin qui emerso. Di conseguenza, occorrerebbe una maggiore comprensione del fenomeno da parte di tutti gli inglesi e non solo da parte delle élite del paese, altrimenti l’esito di un nuovo referendum, per cosi dire “riparatore”, potrebbe non essere quello auspicato.

Ripercorrendo l’analisi della vittoria del leave proposta da Marco Revelli nel suo libro Populismo 2.0 (Einaudi, 2017) è possibile notare quanto segue. Il referendum ha avuto una partecipazione notevole pari al 72,2% degli aventi diritto, vale a dire 33 milioni e mezzo di cittadini. Il leave ha avuto una maggioranza pari al 51.9% rispetto al 48.1% del remain, registrando uno scarto di voti pari a 1.269.501.

In aggiunta, ciò che soprattutto rileva ai fini dell’analisi di questo esito secondo l’autore è stata la distribuzione del voto sul territorio inglese. L’approvazione del leave è arrivata da un “voto geografico” più che da un voto politico.

Immaginando la mappa della Gran Bretagna, l’impressione che ne deriva è la seguente: la Scozia e l’Irlanda si sono mostrate uniformemente a favore del remain, il resto della nazione, di converso, a favore del leave ad esclusione di Londra e qualche altra città.

 

Continuando l’analisi del link voto/territorio, si può notare quanto segue. Il leave prevale in 263 votino area su 392 in particolare questo voto prevale nelle aree rurali e nei piccoli centri e si sviluppa in senso parallelo con lo status sociale dei votanti. Più in dettaglio, il voto contro l’Europa è arrivato principalmente dalle aree più isolate del Paese, meno scolarizzate e presumibilmente, anche meno informate, ma anche da molte città (di medie e grandi dimensioni)  in cui si trovano gli insediamenti industriali del paese colpiti dal declino della Old Economy e del settore manifatturiero.

In senso diametralmente opposto, il voto a favore dell’Europa è arrivato da quella parte di territorio in cui sono presenti attività economiche legate alla finanza, alla comunicazione, al terziario e quaternario avanzato. In sintesi, tutte attività influenzate dalla globalizzazione e rappresentate dalla new economy. In aggiunta, anche il dato anagrafico rileva come le fasce di età alta (dai 55 anni e pensionati) si sono orientate verso il leave.

Pertanto, alla base dell’esito del referendum non sembra esserci una cultura politica di riferimento, ma piuttosto uno stato d’animo avverso all’Unione Europea. A favore del leave hanno giocato un ruolo determinante la questione dell’emigrazione ed i costi sostenuti per l’appartenenza all’Unione Europea. Analogamente, a favore del remain ha giocato un ruolo determinante l’eventuale impoverimento del paese e la scomparsa e/o ridimensionamento della City.

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Ciò posto, pare anche interessante notare gli aspetti di propaganda e/o di comunicazione artistica legata alla campagna relativa alla Brexit. In questo senso si può fare riferimento ad una mostra in corso al The Design Museum di Londra.

Il titolo della mostra è: “Hope to Nope  – Graphics and politics 2008-2018”. La mostra in generale si occupa della relazione tra comunicazione e politica negli ultimi dieci anni. In questo contesto, sono presenti anche immagini usate durante la campagna del Brexit e opere prodotte da artisti dopo il referendum. Tra le tante immagini presenti, per quanto fin qui detto si da evidenza di una foto e dell’opera di un artista inglese. La prima è la foto del “Vote Leave Bus” che rappresenta una immagine chiave della campagna. In particolare, si nota un enorme bus rosso in cui campeggia una scritta bianca secondo cui il costo della permanenza all’interno dell’Unione Europea sarebbe pari a 350 Mln di Sterline a settimana. Un somma questa, che sempre secondo lo slogan potrebbe essere meglio impiegata a favore del servizio sanitario inglese. La seconda è un’opera realizzata dall’artista inglese Mr. Bingo. Il titolo dell’opera è “Brexit Tea Towel” e a fronte della seguente scritta: “people who voted for brexit who are now dead” vi sono 9 file di disegni raffiguranti i volti di persone anziane.

Per concbrexit_tea_towel_hero_grandeludere, la campagna della Brexit si può riassumere nell’immagine di un tessuto sociale diviso, in quanto diversi sono gli interessi e la predisposizione al cambiamento. Da qui al 2020, pertanto, chi prepara un eventuale nuovo referendum dovrà soprattutto supportare un confronto sociale mirato essenzialmente sulla percezione della questione europea nel suo complesso.

Oro per pagare? Adesso è possibile con Gooldie. di Girolamo Stabile

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L’oro, un bene fisico e materiale, potrà diventare un “nuovo” mezzo di scambio con la piattaforma Gooldie.

La diffusione delle monete virtuali ha generato una nuova asset-class tendenzialmente oggetto di trading e non ancora, invece, una reale e diffusa forma di pagamento peer to peer o, più in generale, per gli acquisti online. La scarsa capitalizzazione di questo mondo ha registrato una significativa volatilità che, come nel caso del Bitcoin, ha determinato significative perdite di valore dopo un primo ed apparente aumento inarrestabile delle quotazioni.

 

Di conseguenza, alla monete virtuali definite “sintetiche”, si stanno progressivamente affiancando anche cripto valute emesse a fronte di asset reali e, dunque, meno inflazionabili: le così dette backed-criptocurrency. Un esempio recente di questa tendenza è rappresentato dalla piattaforma Gooldie il cui scopo è quello di permettere investimenti in oro o l’utilizzo di quest’ultimo come strumento di pagamento. La filosofica alla base di Gooldie sembra in sintesi essere quella del “back to basic”, nei termini che seguono.

 

Considerata la tendenza delle banche centrali ad emettere moneta, la possibilità per Stati e banche di essere oggetto di default, i tassi di interesse mantenuti artificialmente bassi e la illiquidità di commodities e asset alternativi, l’oro risulta essere un solido bene con un ottimo track-record oltre ad essere uno degli asset più liquidi sul mercato dopo le maggiori valute ufficiali esistenti.  A questo proposito, va peraltro notato che l’oro presenta una capitalizzazione di mercato pari a Euro 2,500 Bln ed è un bene reale che, in quanto tale, può essere anche detenuto e/o conservato direttamente.

 

Tutto ciò premesso, questa nuova piattaforma di investimento funziona come sorta di exchange grazie alla quale l’oro può essere acquistato e custodito in caveau blindati forniti da operatori indipendenti. Questo sistema centralizzato permette, inoltre, anche l’autentica delle transazioni. L’oro acquistato mediante Gooldie (1 Gooldie equivale a 1/1000 oz t, il cui valore corrente è circa 1 Euro) può essere detenuto a fini di investimento, utilizzato per pagamenti mediante carte prepagate oppure divenire oggetto di trading mediante l’internal gold desk della piattaforma.

 

In sintesi, dunque, l’investitore può generare profitto dall’eventuale apprezzamento dell’asset nel tempo, ovvero, mediante attività di trading e, dunque, secondo la logica classica del “bid/ask”  tipica del trading book.

 

All’investitore è data anche la possibilità di prelevare fisicamente l’oro e quindi di non  beneficiare più della gestione digitale mediante la piattaforma.

 

Ad oggi Gooldie ha concluso un primo ciclo di investimento seed per un ammontare pari ad Euro 500 mila. Tuttavia, le prospettive di crescita sono interessanti sia per il livello contenuto delle commissioni applicate dal management sia per la potenziale crescita di questo segmento di mercato che la piattaforma stima potrebbe raggiungere una cifra pari a circa Euro 10 bln.

Di Girolamo Stabile

Pagamenti Contactless: non avrete più bisogno del portafogli. Di Girolamo Stabile

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Pubblicato su Tecnoandroid a firma Girolamo Stabile

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Tra i tanti produttori di dispositivi mobili, la prima azienda a immettere sul mercato una soluzione smart per pagamenti contatless è stata Apple con la sua Pay. La piattaforma di Cupertino permette di virtualizzare la propria carta di credito su iPhone e Apple Watch, semplificando di molto le procedure di pagamento: basta avvicinare lo smartphone al lettore di carte e contemporaneamente appoggiare il dito sul sensore del fingerprint. Apple Watch funziona alla stessa maniera e, per entrambi dispositivi, non c’è bisogno di una connessione internet attiva.

La grande concorrente di Apple a livello mondiale, Samsung, ha lanciato la sua app con un servizio più flessibile e completo. Utilizzando i principali circuiti di credito (Visa, Mastercard, Maestro), insieme alle tante partnership con le banche, il successo di Samsung Pay si spiega anche grazie all’integrazione di più sistemi di pagamento in una sola app. Oltre ad offrire la modalità di acquisto contactless con tecnologia Near Field Communication (NFC), l’app del gigante della telefonia implementa anche la Magnetic Secure Transmission (MST), che emula la striscia magnetica sulle carte di credito rendendo il servizio compatibile con la maggior parte dei POS senza NFC attualmente ancora molto diffusi tra gli esercenti. Samsung Pay, inoltre, è gratuita e non applica delle fee nelle transazioni come Apple.

Come usare un sistema di pagamento contactless

Indifferentemente dal sistema Android o iOS, impostare il servizio contactless da zero necessita di pochi semplici passaggi. Innanzitutto occorre scaricare l’app sul proprio smartphone, mentre il passo immediatamente successivo sarà associare la propria carta di credito al servizio. Generalmente, si scatta una fotografia della carta e poi si aspettano pochi istanti perché la vostra banca autorizzi l’associazione via e-mail, codice sms o chiamata vocale.

Sfruttando le tecnologie di ultima generazione presenti sugli smartphone Samsung e Apple offrono uno standard di sicurezza altissimo: l’abilitazione di ogni tipo di transazione si potrà effettuare tramite riconoscimento delle impronte digitali, l’utilizzo di un codice pin o l’innovativa scansione dell’iride. Inoltre, il numero della carta non compare mai nelle transazioni né viene memorizzato sul proprio dispositivo o su quello che riceve il pagamento.

Quasi intercettando le comuni paure della gente comune, tutti questi sistemi rendono impossibile che si paghi per sbaglio in un negozio e, soprattutto, se si perde il proprio smartphone, sarà difficile per qualcuno rubarvi del denaro e usare l’app a vostra insaputa senza conoscere codici e pin.

Altri sistemi di pagamento contactless

Nel panorama dei servizi smart contactless ci sono diverse altre tipologie altrettanto funzionali. Nei dispositivi indossabili come gli orologi Fitbit Ionic. l’associazione della carta di credito segue le stesse regole di Apple e Samsung. Implementato con un vero sistema operativo, vi basterà selezionare l’app Wallet sul display touch del vostro orologio Fitbit, inserire il proprio pin di sicurezza, premere il tasto sinistro appoggiando l’orologio sul sensore del pos, e il pagamento è fatto. Sull’app potrete gestire tutte le transazioni, mentre Fitbit Ionic garantisce una sicurezza in più: se si toglie dal polso, il sistema contactless smetterà di funzionare e bisognerà immettere di nuovo il codice pin.

Anche in Italia ci sono aziende che stanno investendo nel settore. La prima e già avviata app è Satispay, un sistema di trasferimento di denaro non legato ai circuiti tradizionali. L’app funziona come una Postepay ricaricabile collegata al proprio account e al conto corrente bancario. Purtroppo il pagamento non è immediato come un normale contactless: bisogna sbloccare l’app con un codice o il fingerprint, selezionare la sezione Invia denaro, scegliere il negozio, digitare la cifra per pagare e attendere la conferma del negoziante, che dovrà avere un sistema compatibile con Satispay. Oltre al sistema di pagamento, Satispay può anche essere usato per caricare il proprio credito telefonico o trasferire denaro ad altri utenti iscritti nell’app.

In questo campo non potevano mancare i principali operatori telefonici in Italia, i quali hanno sviluppato le proprie versioni personali dei pagamenti contactless nei negozi tramite smartphone. Tra queste annoveriamo Vodafone Wallet e Tim Wallet. Anche le banche, che pure si affiliano a servizi più diffusi, hanno sviluppato le proprie app, e qui vi citiamo Mediolanum Wallet, Postemobile Nfc e Ubi Pay. Tutti i servizi appena citati hanno in comune la stessa tecnologia, ovvero NFC. Purtroppo, rimanendo al territorio italiano, i pos con NFC non sono ancora diffusissimi.

Per chiudere, torniamo a citare il sistema ibrido di Samsung Pay. Avendo in partnership quasi il 60% delle carte di credito esistenti in Italia, e contando sulle principali banche come Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banca Medialanum, CheBanca! e BNL, Samsung Pay potrebbe stabilire un nuovo standard per tutti i competitor sul territorio italiano.

Di Girolamo Stabile

Come investire nel mattone? Girolamo Stabile ci racconta Housers

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Pubblicato su Diritto e Finanza a firma Girolamo Stabile

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Recentemente ha riscosso molto interesse una piattaforma di crowdfunding chiamata Housers. Questa permette di effettuare investimenti nel settore immobiliare anche di importo limitato. Per capirne di più ne abbiamo parlato con Girolamo Stabile di Kant Capital.

Cosa succede sul web per quanto riguarda gli investimenti?

Le piattaforme di investimento online sono una novità e stiamo imparando a valutarne gli effetti e le potenzialità effettive. Al momento, grossa attenzione è rivolta nei confronti delle cripto-valute a causa delle performance in positivo ma spesso anche in negativo che questi nuovi strumenti hanno registrato. Tuttavia, oggi sul mercato digitale ci sono tantissime piattaforme che si concentrano anche su altri assets.

Da qui si procede verso Housers la piattaforma che si rivolge al mercato immobiliare.

In generale, occorre premettere che non esiste la piattaforma per diventare milionari e in questo nuovo universo che si è sviluppato su internet ognuno propone la propria app come estremamente semplice da usare e molto remunerativa nel caso degli investimenti. Non sempre  è così. Dunque, bisogna saper distinguere le proposte con un reale valore sia in termini di iniziativa si in termini di software. Posto che queste piattaforme, proprio perchè accessibili in termini di size minima di investimento, si rivolgono indiscriminatamente a tutti gli utenti del web e non necessariamente ad investitori sofisticati. Housers, ad esempio, sembra essere una buona iniziativa.

Housers si presenta come una piattaforma di crowdfunding mirata agli investimenti immobiliari in diverse città europee con un significativo margine di sviluppo come Madrid, Barcellona e Milano. Inoltre, questa piattaforma propone anche investimenti in opere d’arte. Un settore, questo, di sicuro interesse ma che probabilmente lega poco con il core business, vale a dire, quello immobiliare.

Il layout del sito è semplice ed intuitivo l’utente seguendo semplici indicazioni può registrarsi e stabilire il proprio budget ai fini dell’investimento. L’investimento minimo è pari a Euro 50 e può essere versato con bonifico o carta di credito, non sembrano esserci commissioni di ingresso.

La piattaforma offre anche una sorta di manuale dell’investitore e tutta una serie di dati e statistiche per informare il potenziale investitore ma anche per rilevare il track-records di operazioni ad oggi concluse.

Quali sono le caratteristiche di investimento di Housers?

L’investimento si perfeziona mediante l’adesione ad un prestito partecipativo mirato a finanziare una certa attività immobiliare selezionata dal team di Housers al servizio del quale viene riconosciuto un interesse derivante dall’affitto dell’immobile e/o dai proventi derivanti dalla vendita.

Più in dettaglio, per il settore immobiliare Housers propone tre tipologie di investimento, in sintesi nei termini che seguono.

La prima tipologia di investimento viene definita Risparmio. In specie, si tratta di un prestito a lungo termini il cui orizzonte temporale va da cinque ai dieci anni. Il rendimento viene riconosciuto sotto forma di interesse mensile e deriva essenzialmente  dall’affitto dell’immobile selezionato. Nel corso della vita dell’investimento l’immobile si potrebbe rivalutare e dunque l’investitore potrebbe avere anche un ulteriore beneficio.

Inoltre, occorre notare che l’interesse viene riconosciuto all’investitore a partire dal mese successivo indipendentemente dal fatto che l’immobile sia stato effettivamente locato. Al fine di incoraggiare l’investitore, l’interesse viene riconosciuto sulla base dell’InstantRent un tasso di interesse calcolato su interesse stimato.

Questa formula sembrerebbe la più conservativa in termini rischio/rendimento.

Nel caso in cui l’investitore voglia uscire dall’investimento prima della scadenza prefissata sembrerebbe esserci un mercato secondario delle quote di finanziamento definito Hoursers market place. Il sito offre delle indicazioni sugli scambi ma quanto sia “liquido” questo mercato è difficile dirlo.

La seconda tipologia di investimento viene definita Investimento. In specie si tratta di un prestito di breve periodo il cui orizzonte temporale va dai 12 ai 24 mesi. In questo caso il rendimento verrà riconosciuto solo a scadenza e dopo l’eventuale vendita dell’immobile. Il business di questa opzioni di investimento è quello di reperire immobili sul mercato ad un prezzo al disotto della media di mercato operare le dovute ristrutturazioni ed infine venderlo ad un prezzo tale da realizzare un significativo capital-gain.

Questa formula di investimento è più rischiosa della precedente in quanto non viene riconosciuto nessun rendimento mensile ed il buon esito dell’investimento si basa essenzialmente sulla vendita dell’immobile nel periodo di tempo ipotizzato.

La terza tipologia di investimento viene definita Tasso Fisso. In specie si tratta di un prestito a medio termini che va da 12 ai 36 mesi. Il finanziamento ha come scopo quello di finanziare un attività di sviluppo immobiliare per nuove costruzioni. Il rendimento viene negoziato con la società di sviluppo e riconosciuto mensilmente. Il capitale viene ripagato a scadenza.

Questa ultima formula di investimento è ovviamente la più rischiosa in quanto si riferisce ad un immobile da realizzare e la capacità di ripagare sia gli interessi sia la parte capitale ricade sulla società di sviluppo.

Quindi siamo davvero davanti a una possibilità di reddito?

E’ difficile dirlo, tuttavia, la piattaforma sembra offrire sufficienti elementi per valutare attentamente il rischio/opportunità proposto. A differenza delle cripto-valute viene proposto un underlying asset solido, vale a dire, quello immobiliare che tuttavia è sempre soggetto a fluttuazioni di mercato come hanno evidenziato le recenti bolle immobiliari.

di Girolamo Stabile

 

 

 

 

 

Apple Academy, risultati e possibili sviluppi secondo Girolamo Stabile

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Pubblicato su SocialCom a firma Girolamo Stabile
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È trascorso ormai un anno da quando Apple ha scelto l’Italia e più precisamente Napoli come la location ideale per il suo nuovo e ambizioso progetto di formazione, la Apple Academy, ed è arrivato il tempo di fare dei bilanci. Scopriamo, con Girolamo Stabile, quali sono stati i primi risultati conseguiti e i possibili scenari che si stanno aprendo per lo sviluppo economico del territorio.

Una scuola ad altissimo livello, speciale, unica in Europa, ha dato e dà agli studenti più meritevoli la possibilità di apprendere tecniche avanzate di Apple per lo sviluppo delle applicazioni su iOS, il sistema operativo di Apple per iPhone e iPad. Ora che si è concluso il primo ciclo e aperto il secondo, non stupisce ma è interessante sapere che i primi risultati sono stati eccellenti, sia dalla parte degli studenti che da quella delle prospettive che si aprono sul mercato.

L’idea di fondare una Developer Academy in Italia è partita da Tim Cook, CEO di Apple, ed è stata promossa dal precedente primo ministro Matteo Renzi. Il fine è quello di aumentare gli sviluppatori specializzati di app in Europa, e far entrare così il Vecchio Continente in un giro economico che ormai fattura decine di miliardi l’anno a livello globale. Al momento l’industria dell’App Store coinvolge oltre 3 milioni di sviluppatori in tutta Europa, un numero importante ma che – dato l’approccio delle persone, sempre più orientate alla fruizione di contenuti e app su dispositivi mobile – Apple è intenzionata a incrementare puntando su competenze e innovazione.

Ci sono luoghi da cui le persone vanno via per trovare una occupazione e luoghi in cui le persone arrivano e Napoli, grazie alla Apple Academy, potrebbe essere considerata in tal senso la terza città migliore d’Italia. Negli ultimi anni i suoi giovani sono partiti, dando alla città la sensazione di essere un luogo da cui si parte, non dove si finisce. Apple sta finalmente invertendo quella tendenza almeno per quei giovani interessati all’industria tech, infatti ora Napoli è un centro nevralgico in cui la nota azienda americana sta allenando gli sviluppatori del futuro.

I corsi si sono conclusi, ed abbiamo dei risultati, insieme alle storie dei diplomati. Nei corsi dell’Apple Academy erano presenti numerosi studenti non solo informatici e i temi delle app sviluppate sono stati differenti. Dal gaming alla realtà aumentata, dalle utility al quelle per i disabili, i frutti dell’Apple Academy si sono già fatti notare. Gli obiettivi del primo anno sono stati raggiunti con 200 studenti che hanno portato a termine il percorso di studi promosso dalla Apple Academy, ottenendo un arricchimento personale e professionale, competenze e nuove collaborazioni. Il bilancio è più che positivo: studenti contenti, docenti e aziende soddisfatte e un territorio, quello campano, che ha investito e continuerà a investire per tentare una ripresa.

L’area in cui si trova l’Apple Academy ha ottenuto importanti miglioramenti facendo girare così anche una economia differente da quella strettamente legata alla tecnologia. Gli edifici sono infatti stati costruiti appositamente per permettere al campus di essere aperto e alle persone di passeggiare dunque in un contesto verde, ben ordinato e organizzato. Sono stati aperti bar e ristoranti nelle vicinanze dell’accademia – la scuola intenzionalmente non dispone di una caffetteria – incrementando così i posti di lavoro e le opportunità alle persone del luogo. È importante sottolineare che i lavori di costruzione di tale area furono firmati agli inizi degli anni ’90 e avviati nel 2008, ma era rimasto tutto fermo da tempo. Quando Apple è arrivata con il progetto Academy, tutto ha iniziato a muoversi nuovamente, e velocemente.

L’App Store, il negozio virtuale di app per iPhone e iPad, è una parte enorme e crescente del business Apple, anche in Europa, e ciò è possibile grazie a eccellenti sviluppatori che creano le migliori applicazioni per l’universo iOS. Nell’Apple Academy si insegna però il linguaggio Swift, quello usato da Apple ma comunque reso disponibile in versione libera per un utilizzo al di fuori della piattaforma Apple. Molti dei principi appresi dagli studenti durante il corso sono facilmente applicabili anche altrove, cosa che contribuirà a creare nuovi posti di lavoro e a far girare l’economia.

Il secondo anno accademico dell’accademia del colosso di Cupertino ha preso il via questo autunno raddoppiando il numero di studenti ammesso, giunto da 200 a 400. Apple sta compiendo un investimento di svariati milioni di euro al fine di rendere il suo corso gratuito a tutti gli studenti. Nei prossimi tre anni, saranno 1000 tra gli sviluppatori e gli imprenditori a studiare alla Apple Developer Academy. Non si può fare a meno di evidenziare le enormi potenzialità del progetto, che può portare a Napoli altre aziende oltre alle possibilità di sviluppo per l’intero Meridione. Innegabile che l’accademia di Apple possa giocare un ruolo importante a sostegno degli sforzi del Paese per creare occasioni di sviluppo.

Girolamo Stabile

Sharing Economy: Perché l’economia collaborativa è il nostro futuro, la recensione di Girolamo Stabile

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Pubblicato su BlitzQuotidiano a firma Girolamo Stabile

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Troppo spesso la Sharing economy viene identificata unicamente con le piattaforme a maggiore diffusione e mirate, ad esempio, alla condivisione di appartamenti e automobili. Il libro “Sharing Economy – Perché l’economia collaborativa è il nostro futuro” di Davide Pellegrini (Hoepli 2017), che ho recensito per BlitzQuotidiano, ha essenzialmente il merito di sviluppare il reale significato di questa nuova forma di economia.

L’autore indaga sui meccanismi della tecnologia partecipativa ma anche e soprattutto sul senso di cooperazione e relazione tra le persone che partono da un “ambiente digitale” e si consolida al di fuori di questo. L’idea proposta è quella di un nuovo modello sociale che prevale su un modello microeconomico di mercato.

Punto di partenza è l’”ambiente digitale”. In sintesi, un luogo in cui si verifica uno scambio di informazioni via computer senza la relazione fisica ed in molti casi senza la conoscenza personale tra gli utenti. Un luogo, questo, dove si hanno interazioni e non relazioni definito dall’autore un “habitat relazionato” nel senso di un contenitore di funzioni che prevede un’interazione senza la necessita di un rapporto personale.

Propulsore di queste interazioni è la necessità di ogni individuo di recuperare la propria libertà e di costruire un mondo equo e solidale. Protagonisti di questa azione sono principalmente i c.d. “millennials”, vale a dire la generazione nata nei primi anni ottanta e cresciuta nel passaggio del millennio. Soggetti, questi, che stanno sperimentando “le contraddizioni del modello capitalistico e il tramonto di una società governata da leggi economiche ormai insostenibili” in cui la precarietà del lavoro, la difficile pianificazione del futuro, la crisi della politica in generale e delle politiche sociali in particolare determina una sorta di reazione il cui fine è quello di “costruire filiere temporanee tra attivismo e impresa” che permettano di trovare possibili soluzioni in cui il punto fermo è rappresentato dalle relazioni tra le persone unite da un percorso di solidarietà e scambio, elementi essenziali per un approccio al futuro basato sulla fiducia.

Su questa base si diffondo modelli flessibili di condivisione di spazi di lavoro o forme temporanee di impiego. In altri termini, di fronte ad futuro incerto e senza troppe aspettative la sharing economy rappresenta una opportunità in quanto favorisce fenomeni di aggregazione e confronto, di ricostruzione del senso di comunità. Questa grazie ad un senso empatico che accomuna i soggetti di fronte al destino.

Se nella sharing economy identificata nei servizi prestati on-line la ragione utilitaristica prevale come in tutte le normali operazioni di mercato, l’idea di valore alla base del libro si identifica con la reciprocità di guadagno o di risparmio secondo cui l’idea di utile va oltre il tornaconto personale e diventa “una forma di comportamento aperto”. Le persone che utilizzano la sharing economy operano una sorta di resistenza culturale che per raggiungere un traguardo comune si contrappone ad un sistema che non funziona.

Analizzando più in dettaglio questa formula economica occorre ricordare che il presupposto della sharing economy è il cosiddetto “peer to peer” secondo cui utenti che producono prodotti e servizi li mettono al servizio di altri utenti che possono contraccambiare con il proprio prodotto o servizio. Secondo l’autore la comparsa dell’elemento profittevole, vale a dire il pagamento del prezzo da parte di un certo utente, neutralizzerebbe il valore dell’interazione sociale in cui il carattere utilitaristico dovrebbe essere appagato da collaborazione.

Inoltre, questa formula economica tende alla disintermediazione secondo un processo che tende a bypassare soggetti che tradizionalmente operano nei settori che si diffondono on-line. L’esempio più noto è probabilmente Airbnb in cui, pur non applicando lo scambio solidale, un soggetto condivide temporaneamente un proprio bene immobile con un soggetto terzo che paga un prezzo ma ne ha un vantaggio risparmiando. Stesso principio vale per il car sharing etc.

La piattaforma elettronica, dunque, mette direttamente in contatto due soggetti senza bisogno di intermediari e ciascuno ne trae il proprio beneficio. Ciò posto vale comunque la pena notare che se le transazioni realizzate mediante le piattaforme maggiormente diffuse non svolgono idealmente lo scambio solidale o l’interazione sociale auspicata dall’autore vi è comunque un elemento di diretto beneficio per tutti i soggetti coinvolti senza bisogno di intermediari che in genere aumentano i costi delle transazioni, i tempi della ricerca di un bene etc. In altri termini, ortodossi della formula economica potrebbero sostenere che proprio in ragione delle loro dimensioni sul mercato web mondiale Airbnb o simili rappresentano i nuovi intermediari. Ma commentando il fenomeno da utente forse vale comunque la pena notare la loro utilità, in ogni caso rappresentano sempre alternative ai canali tradizionali ben più grandi e radicati sul territorio ed utilizzati da tutti quelli che a vaio titolo non hanno accesso al computer.

L’incrementare del fenomeno porta anche l’identificazione di nuove forme di regolamentazione, spesso non omogeneo, ad esempio, a livello europeo come è successo per il caso Uber.

Il libro di Davide Pellegrini presenta anche una chiara statistica dei settori in crescita, della localizzazione dei soggetti che danno vita alle piattaforme digitali, alle difficoltà economiche che spesso incontrano le start-up e come venture capitalist o angels tendenzialmente operano.

Tornando al principio della disintermediazione intesa come sperimentazione di nuove opportunità l’Autore, sempre per supportare la sharing economy a maggior impatto sociale, ricorda correttamente che qualsiasi attività anche la più nobile e non necessariamente volta al profitto deve cercare una “dignitosa sostenibilità”.

Pertanto anche l’impresa sociale deve integrare dei criteri di razionalità economica che ne permettano quantomeno il sostentamento. In questo senso l’autore propone un vademecum per la progettazione di nuove attività al fine di scoraggiare atteggiamenti imprenditoriali incauti. Quello in oggetto è comunque un mercato non necessariamente semplice anche se si sviluppa per effetto di una piattaforma elettronica e vi sono anche elementi concorrenziali o duplicazioni di servizi on-line che vanno necessariamente considerati.

Per concludere dunque il libro si propone di far meglio comprendere il campo della sharing economy al fine di farne uno strumento sociale efficace per i cambiamenti del mondo contemporaneo.

Di Girolamo Stabile

Facebook entra nelle telco. Uno sguardo sulla situazione – di Girolamo Stabile

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Pubblicato su Secolo d’Italia a firma Girolamo Stabile

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Voyager, Open Computer Project e Telecom Infra Project, dimostrazioni concrete del fatto che definire Facebook un semplice social network è ormai quantomeno riduttivo: il suo raggio d’azione si è esteso fino ad arrivare a interessare gli ambiti più differenti, compreso quello delle telecomunicazioni. Ne ho parlato con il Secolo d’Italia.

L’era della Internet of Things è alle porte. Presto anche le auto saranno connesse a un’infrastruttura cloud per lo scambio costante di informazioni. Nel settore dell’intrattenimento multimediale e domestico assistiamo all’arrivo di formati e contenuti sempre più esigenti in termini di peso e banda. Tutto questo senza prendere in considerazione il volume in progressiva crescita dei dispositivi mobile che accompagnano le nostre giornate, nella sfera professionale e in quella privata. La logica conseguenza è una domanda crescente di banda a disposizione per gestire una mole sempre più gravosa di dati. I big del settore tecnologico lo sanno bene e hanno tutte le intenzioni di farsi trovare pronti per accogliere la sfida. Tra questi c’è Facebook.

 

Sebbene sia naturale associare l’azienda di Menlo Park al concetto di social network, il suo raggio d’azione è andato estendendosi notevolmente nel corso degli ultimi anni, tanto da arrivare a toccare i territori più differenti. Tra questi anche un mercato fino ad oggi esclusiva di poche grandi realtà storiche: quello delle telecomunicazioni.

 

Per capire il motivo che ha spinto Facebook a investire in questo settore è sufficiente considerare che l’impero di Zuckerberg è stato fondato e si regge sulla connettività, nonché sulla possibilità di offrire al suo oltre miliardo di iscritti un servizio gratuito, finanziato dai proventi pubblicitari. Favorire la creazione di strumenti che poi contribuiranno a portare e mantenere online sempre più persone significa per l’azienda innescare un circolo virtuoso di cui in futuro potrà beneficiare direttamente. Si pensi, ad esempio, alle enormi potenzialità di sviluppo e crescita legate ai paesi che ancora non dispongono di accesso alla Rete: fornire loro questo tipo di servizio significa generare nuove opportunità di business.

 

Voyager

 

Il primo passo del gruppo all’interno del mondo telco è stato mosso con la presentazione di Voyager, uno switch dedicato alla gestione del traffico su reti in fibra ottica. Un dispositivo simile ad altri che già si trovano in commercio, ad una prima analisi poco attenta. In realtà si tratta di un white box, appellativo che contrariamente a quanto si potrebbe pensare non ne indica la colorazione, ma lo colloca come alternativa economicamente vantaggiosa. Ancor più interessante, il 100% della tecnologia equipaggiata è open, accessibile a chiunque voglia impiegarla o contribuire al progetto apportandovi miglioramenti.

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Open Computer Project

 

L’interesse di Facebook nei confronti del mondo hardware non è comunque cosa nuova: il gruppo nel 2011 ha fondato l’Open Computer Project (OCP) con l’obiettivo proprio di attrarre a sé talenti e innovatori da destinare alla realizzazione di componenti caratterizzati da performance ed efficienza elevate, per soluzioni scalabili e flessibili, in primis indirizzate a un impiego all’interno dei suoi data center.

 

Un’iniziativa che guarda al futuro, ad alto tasso di innovazione, che è riuscita a conquistare big del settore hi-tech e non solo: ne fanno parte, tra gli altri, Goldman Sachs, Intel e Microsoft. Anche Apple, storicamente nota per la sua scarsa propensione ad aderire a iniziative di tipo open, dopo un iniziale diniego ha scelto di farne parte. A proposito della mela morsicata, il software che costituisce il cuore pulsante di Voyager si chiama SnapRoute ed è stato sviluppato dall’omonima startup fondata da ex membri del gruppo californiano, che operando una scelta lungimirante hanno deciso di intraprendere una nuova avventura dopo il rifiuto dell’azienda ad entrare a far parte del progetto OCP.

 

Telecom Infra Project

 

C’è poi il Telecom Infra Project (TIP) che Facebook ha inaugurato più di recente, nel 2016, con un annuncio giunto dal palco del più importante evento dell’anno per il mondo mobile: il MWC di Barcellona. Il claim scelto per presentare l’iniziativa sintetizza in modo eccellente la sua stessa natura: “An open approach for switching, routing and transport”.

 

Ancora una volta, ricorre il termine “open”: quella di Zuckerberg è una chiamata alle armi, sta poi a chi è in grado di intravederne il potenziale raccogliere la sfida e salire a bordo. Lo hanno fatto fin da subito nomi del calibro di Bell Canada, NBN, Telia, Telstra, Accenture, Canonical e la divisione Enterprise di Hewlett Packard, ma l’elenco è destinato a crescere, coinvolgendo realtà che occupano trasversalmente il mondo della tecnologia e delle telco.

 

Facebook diventerà una azienda di telecomunicazioni?

 

Nell’agenda di Facebook c’è dunque l’intenzione di aggredire il mercato delle telco e di chi ne produce l’infrastruttura? Sebbene la crescita esponenziale fatta registrare dal gruppo in poco più di un decennio dalla fondazione sembri suggerire di non poter escludere alcuna ipotesi, con tutta probabilità ciò non avverrà. Piuttosto, il colosso di Menlo Park contribuirà a favorire l’innovazione in ogni ambito legato a comunicazioni e connettività, sapendo di poter essere la prima realtà a poterne beneficiare nel lungo periodo. Il tutto con un approccio aperto, condiviso, perché per Facebook il concetto di sharing va ben oltre le bacheche dei social network.

di Girolamo Stabile

Bitcoin e le altre criptomonete – di Girolamo Stabile

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Pubblicato su RomaDailyNews a firma Girolamo Stabile

Bitcoin e criptomonete Girolamo Stabile

Criptovaluta, moneta virtuale, Bitcoin, Ethereum, peer-to-peer: un tema sempre più discusso, ma sul quale c’è ancora molta confusione; cerchiamo di fare chiarezza per capire come funzionano questi nuovi strumenti decentralizzati per la gestione delle transazioni economiche.

Si sente sempre più spesso parlare di Bitcoin, ma cos’è in realtà? Il 15 settembre questa valuta ha avuto un crollo spaventoso, arrivando a costare meno di 3 mila dollari, un meno 40% rispetto al valore di inizio mese, riportandola alla ribalta delle cronache mondiali. Vale la pena perciò chiedersi quali sono le dinamiche che regolano la circolazione di una criptomoneta? Conviene investire su queste nuove valute virtuali? Quali i suoi possibili utilizzi? Ne ho parlato con RomaDailyNews.

Cos’è Bitcoin?

Per capire meglio cosa sia Bitcoin è bene partire da una precisazione, da ciò che differenzia una moneta virtuale da una che ha corso legale. Se a quest’ultima categoria possono essere ricondotte pressoché tutte le valute impiegate per le transazioni economiche su vasta scala a livello globale (inclusi, ad esempio, l’euro e il dollaro), quelle virtuali non sono soggette al controllo da parte di un ente centralizzato.

Nessun governo o istituto può dunque stabilire la creazione di nuova moneta per regolarne il valore: l’immissione di valuta nel circuito avviene tramite l’utilizzo di un software open source di tipo peer-to-peer (il concetto è molto simile a ciò che regola i circuiti P2P dedicati al file sharing, come BitTorrent), in modo aperto e condiviso da tutti i nodi connessi in Rete. L’attività è definita mining ovvero “estrazione”.

È stato stabilito fin dall’inizio che il numero complessivo di bitcoin (se scritto con la lettera maiuscola indica la tecnologia, con l’iniziale minuscola rappresenta invece la valuta) arriverà a una quota intorno ai 21 milioni di unità, con la metà delle nuove monete disponibili generata ogni quattro anni. In fase di scambio è comunque possibile frazionare un bitcoin fino all’ottava cifra decimale, così da poter stabilire con estrema precisione il valore del bene o del servizio acquistato o venduto.

Le origini

Il progetto Bitcoin nasce nel 2008 con la pubblicazione in Rete di un documento che ne illustra la natura da parte di Satoshi Nakamoto, pseudonimo dietro al quale si nasconde il reale creatore, la cui identità non è mai stata ufficialmente rivelata, nonostante le numerose ipotesi e indiscrezioni circolate sul Web. La teoria più accreditata è quella che porta all’informatico e uomo d’affari australiano Craig Steven Wright.

La circolazione della moneta ha invece inizio l’anno successivo, nel 2009. Nakamoto, che secondo alcuni potrebbe in realtà essere un appellativo creato per nascondere l’attività di un intero gruppo di persone, annuncia con la sua ultima comunicazione di aver abbandonato definitivamente il progetto nel 2011, affidandolo allo sviluppatore statunitense Gavin Andresen.

Come funziona?

Trattandosi di una criprovaluta, ogni transazione legata a Bitcoin avviene in Rete e non mediante lo scambio di moneta tangibile nel mondo reale. In altre parole, i bitcoin non sono stampati né coniati e, di conseguenza, non hanno alcun valore intrinseco.

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La gestione avviene mediante l’impiego di chiavi crittografiche: una pubblica che identifica l’indirizzo associato al suo proprietario e una privata conservata all’interno del cosiddetto wallet(portafogli). Poniamo il caso dell’utilizzo per l’acquisto di un bene: nel momento della transazione, chi compra rinuncia alla proprietà della moneta, aggiungendo la chiave pubblica associata al venditore sulla propria valuta e firmandola con quella privata.

L’invio avviene sotto forma di messaggio che si diffonde attraverso i nodi della rete peer-to-peer, che ne validano le chiavi e associano alla moneta spedita la chiave pubblica del nuovo proprietario. In questo modo l’intero sistema assicura che la medesima valuta non possa essere spesa più volte. Le transazioni vengono memorizzate, in ordine cronologico, all’interno della cosiddetta block chain, un registro pubblico e condiviso.

Quanto vale un bitcoin?

Essendo soggetto alla legge della domanda e dell’offerta, oltre che all’immissione periodica di nuova moneta (come già detto, ogni quattro anni), il valore dei bitcoin è variabile nel tempo.

Se nel corso degli ultimi anni si era assistito a una crescita continua, il 15 settembre, a causa di una stretta messa in atto dalla Banca Popolare Cinese sugli scambi di monete virtuali, il valore è arrivato a toccare il suo minimo storico: passando in pochi giorni dal valere 5.000 dollari a 3.000 dollari. Nella serata dello stesso giorno, la moneta era nuovamente in ripresa e la settimana si è chiusa con un calo di soli, si fa per dire, 14 punti percentuali.

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Il trend potrebbe essere invertito da fattori come l’intervento di governi e istituzioni (al momento nessuno stato pone limiti alla circolazione dei bitcoin) finalizzato a contrastarne l’utilizzo o dalla crescita di altre criptomonete che svolgono la medesima funzione.

Le altre criptomonete

Bitcoin è la moneta virtuale più conosciuta e diffusa a livello globale, ma non l’unica. Le alternative più note sono Litecoin, Peercoin, Quark, Namecoin, Feathercoin, Primecoin. Dogecoin ed Ethereum, Quest’ultima in particolare ha fatto registrare una rapida diffusione e un conseguente forte incremento del valore nell’ultimo periodo. In ogni caso, tutte sono basate sul medesimo concetto di gestione decentralizzata della valuta.

Conviene investire in moneta virtuale?

Essendo soggetto a variazioni di valore, Bitcoin (così come le altre criptomonete) si presta ad essere strumento di trading e investimenti. Le opportunità di guadagno sono potenzialmente concrete (è più che quadruplicato dal 2014 a oggi), ma lo sono altrettanto le possibilità di perdita. Il consiglio, per chi desidera percorrere questa strada, è di diversificare la destinazione dei propri investimenti su più valute virtuali, minimizzando così il potenziale fattore di rischio.

Dove spendere BTC?

Grandi realtà del mondo online, come eBay e Amazon, già accettano Bitcoin come sistema di pagamento. Vi sono anche attività commerciali che fanno altrettanto, nonostante il loro numero sul territorio italiano sia ancora piuttosto esiguo: l’elenco può essere consultato su portali come BitCoinMap.org o mediante applicazioni mobile come Bitcoin Map.

Nel nostro paese sono già attivi alcuni ATM, del tutto simili a comuni sportelli bancomat, che permettono di convertire il denaro tradizionale in BTC tramite un semplice versamento. Un punto di contatto tra la moneta virtuale e il mondo fisico.

di Girolamo Stabile

Investimenti e finanziamenti: venture capital e private equity – di Girolamo Stabile

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Pubblicato su Ravenna24Ore a firma Girolamo Stabilegirolamo-stabile

Imprese affermate e startup che si affacciano al mondo dell’imprenditoria possono trovare nel venture capital e nel private equity due strade percorribili per reperire fondi per la propria attività. Al tempo stesso, per gli investitori queste formule possano rappresentare opportunità di guadagno.

Muovendo i primi passi nel mondo dell’imprenditoria o avviando un’espansione della propria attività ci si trova inevitabilmente a dover fare i conti con l’esigenza di cercare e ottenere fondi per la propria impresa. Se rivolgersi ai tradizionali istituti di credito rimane una via percorribile, le alternative non mancano.

Venture capital

Una possibilità da valutare è quella rappresentata dalla formula del venture capital, un’operazione che si rivolge esclusivamente alle realtà non quotate su un mercato regolamentato. Solitamente, chi decide di mettere a disposizione la propria liquidità, ha intenzione di generare un rendimento piuttosto elevato in un periodo relativamente breve, ad esempio dai tre ai cinque anni. L’investitore può inoltre fornire il proprio supporto a livello di competenze professionali, manageriali o tecnologiche, affinché l’azienda finanziata possa crescere e svilupparsi nella giusta direzione e nel minor tempo possibile. In quest’ottica non ci si discosta poi molto dalle dinamiche che regolano le soluzioni di crowdfunding.

Le imprese che possono beneficiare di tali fondi sono in primis quelle ritenute ad alto rischio dagli istituti di credito quando questi ultimi si trovano a valutare la possibilità di concedere un finanziamento. Il venture capitalist è dunque colui che individua un potenziale da esprimere e fornisce gli strumenti necessari affinché questo accada, ancor prima che i prodotti o i servizi oggetto dell’attività abbiano iniziato a generare profitti.

È dunque ben comprensibile il motivo per cui la formula si adatta a quelle aree e a quei settori in cui si rileva un elevato progresso tecnologico, dimostrandosi maggiormente redditizia ogni qualvolta ci si trova di fronte a un’importante innovazione: è accaduto con frequenza nel periodo 1978-1980 in concomitanza con il boom del mercato software e all’inizio degli anni duemila con la diffusione su larga scala dell’accesso a Internet. In conclusione, quando si parla di venture capital, l’investitore è pronto ad assumersi il rischio con la prospettiva di ottenere rendimenti considerevoli. Due esempi su tutti di aziende che hanno mosso i loro primi passi proprio grazie a questo tipo di finanziamenti: Tiscali per quanto riguarda il mercato italiano e Google nella Silicon Valley d’oltreoceano.

Private equity

Nel private equity, invece, l’investitore rileva quote di una società definita target, acquisendo azioni già esistenti oppure di nuova emissione. In questo caso, a differenza di quanto visto in precedenza, i capitali possono essere destinati anche a realtà già quotate, ma che manifestano espressamente l’intenzione di abbandonare il mercato azionario (public private equity). Chi riceve i fondi accetta di cedere una parte del capitale sociale e di accogliere una realtà esterna nella partecipazione agli utili.

A livello globale, importanti operatori del settore dal punto di vista dei fondi gestiti sono ad esemio The Carlyle Group (fonte Private Equity International, dati aggiornati al 2014), Kohlberg Kravis Roberts, The Blackstone Group, Apollo Global Management e TPG Capital.

Nel corso del proprio ciclo vitale, che solitamente si estende da un minimo di 5 a un massimo di 30 anni (la durata è prestabilita), la destinazione del fondo viene diversificata, così da ridurre l’entità del rischio: mai più del 15% della quota gestita viene destinata a un solo investimento. Rientrano in questa categoria anche i seed capital e l’attività degli angel investor, solitamente destinati alle nuove realtà come le startup.

Quali sono le differenze?

La formula del private equity è solitamente associata a realtà che già hanno uno storico alle spalle. Può trattarsi di aziende, appartenenti a qualsiasi settore, il cui business si è visto contrarre a causa delle motivazioni più diverse: dall’inefficienza dell’apparato organizzativo alla comparsa sul mercato di nuovi concorrenti, fino a cambiamenti sociali o culturali che in breve tempo rendono obsoleto quanto offerto (si pensi al ciclo di vita di un prodotto legato a una tendenza momentanea). In un contesto di questo tipo gli operatori fanno il loro ingresso e consolidano l’attività, ottimizzandola, così da ridurre eventuali perdite e incrementare gli utili.

Un altro fattore che differenzia le due forme di investimento è quello relativo alla quota soggetta all’acquisizione che può essere di controllo e con deleghe alla gestione della società. La size dell’investimento dipende dalle dimensioni dei soggetti coinvolti e poò raggiungere cifre significative: se nel caso del venture capital si può arrivare solitamente al 50% (o meno) del pacchetto, spesso nel private equity l’operazione interessa l’intera società, concedendo dunque a chi gestisce i fondi il pieno potere decisionale sulle strategie da attuare.

Di Girolamo Stabile

Cos’è l’Impact investing? Lo spiega Girolamo Stabile

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Cos'è l'impact investing? Girolamo Stabile lo spiega per BlizQuotidiano

Impact investing come investimento

Cos’è l’impact investing? Cerco di spiegarlo con un articolo su BlizQuotidiano .

 

Il termine impact investing ha fatto capolino tra gli addetti ai lavori circa un decennio fa e non è un caso che tra i primi a utilizzarlo ci fosse un’organizzazione filantropica, la Fondazione Rockefeller. Questo perché, oltre alla logica del profitto alla base di ogni operazione finanziaria, chi sceglie di operare con questa formula persegue anche l’obiettivo di generare un impatto sociale, concreto e misurabile. La si potrebbe definire una forma d’investimento votata alla sostenibilità, in una lungimirante ottica di sviluppo collettivo.

Si tratta di un settore relativamente nuovo che può portare confusione nei non addetti ai lavori. A volte è confuso con la filantropia quando invece è un investimento che ha un ritorno economico calcolato nel lungo periodo. In pratica è una scelta strategica.

 

Si raccolgono dunque le sfide legate allo sviluppo, si individuano target e progetti da sostenere, se ne valutano le prospettive e infine si stabilisce dove destinare gli investimenti. La finanza d’impatto attrae non solo fondi privati, ma anche istituzioni e realtà governative.

 

Per ulteriori approfondimenti l’articolo intero su BlizQuotidiano .

 

 

Girolamo Stabile

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