Facebook entra nelle telco. Uno sguardo sulla situazione – di Girolamo Stabile

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Pubblicato su Secolo d’Italia a firma Girolamo Stabile

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Voyager, Open Computer Project e Telecom Infra Project, dimostrazioni concrete del fatto che definire Facebook un semplice social network è ormai quantomeno riduttivo: il suo raggio d’azione si è esteso fino ad arrivare a interessare gli ambiti più differenti, compreso quello delle telecomunicazioni. Ne ho parlato con il Secolo d’Italia.

L’era della Internet of Things è alle porte. Presto anche le auto saranno connesse a un’infrastruttura cloud per lo scambio costante di informazioni. Nel settore dell’intrattenimento multimediale e domestico assistiamo all’arrivo di formati e contenuti sempre più esigenti in termini di peso e banda. Tutto questo senza prendere in considerazione il volume in progressiva crescita dei dispositivi mobile che accompagnano le nostre giornate, nella sfera professionale e in quella privata. La logica conseguenza è una domanda crescente di banda a disposizione per gestire una mole sempre più gravosa di dati. I big del settore tecnologico lo sanno bene e hanno tutte le intenzioni di farsi trovare pronti per accogliere la sfida. Tra questi c’è Facebook.

 

Sebbene sia naturale associare l’azienda di Menlo Park al concetto di social network, il suo raggio d’azione è andato estendendosi notevolmente nel corso degli ultimi anni, tanto da arrivare a toccare i territori più differenti. Tra questi anche un mercato fino ad oggi esclusiva di poche grandi realtà storiche: quello delle telecomunicazioni.

 

Per capire il motivo che ha spinto Facebook a investire in questo settore è sufficiente considerare che l’impero di Zuckerberg è stato fondato e si regge sulla connettività, nonché sulla possibilità di offrire al suo oltre miliardo di iscritti un servizio gratuito, finanziato dai proventi pubblicitari. Favorire la creazione di strumenti che poi contribuiranno a portare e mantenere online sempre più persone significa per l’azienda innescare un circolo virtuoso di cui in futuro potrà beneficiare direttamente. Si pensi, ad esempio, alle enormi potenzialità di sviluppo e crescita legate ai paesi che ancora non dispongono di accesso alla Rete: fornire loro questo tipo di servizio significa generare nuove opportunità di business.

 

Voyager

 

Il primo passo del gruppo all’interno del mondo telco è stato mosso con la presentazione di Voyager, uno switch dedicato alla gestione del traffico su reti in fibra ottica. Un dispositivo simile ad altri che già si trovano in commercio, ad una prima analisi poco attenta. In realtà si tratta di un white box, appellativo che contrariamente a quanto si potrebbe pensare non ne indica la colorazione, ma lo colloca come alternativa economicamente vantaggiosa. Ancor più interessante, il 100% della tecnologia equipaggiata è open, accessibile a chiunque voglia impiegarla o contribuire al progetto apportandovi miglioramenti.

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code.facebook.com

 

Open Computer Project

 

L’interesse di Facebook nei confronti del mondo hardware non è comunque cosa nuova: il gruppo nel 2011 ha fondato l’Open Computer Project (OCP) con l’obiettivo proprio di attrarre a sé talenti e innovatori da destinare alla realizzazione di componenti caratterizzati da performance ed efficienza elevate, per soluzioni scalabili e flessibili, in primis indirizzate a un impiego all’interno dei suoi data center.

 

Un’iniziativa che guarda al futuro, ad alto tasso di innovazione, che è riuscita a conquistare big del settore hi-tech e non solo: ne fanno parte, tra gli altri, Goldman Sachs, Intel e Microsoft. Anche Apple, storicamente nota per la sua scarsa propensione ad aderire a iniziative di tipo open, dopo un iniziale diniego ha scelto di farne parte. A proposito della mela morsicata, il software che costituisce il cuore pulsante di Voyager si chiama SnapRoute ed è stato sviluppato dall’omonima startup fondata da ex membri del gruppo californiano, che operando una scelta lungimirante hanno deciso di intraprendere una nuova avventura dopo il rifiuto dell’azienda ad entrare a far parte del progetto OCP.

 

Telecom Infra Project

 

C’è poi il Telecom Infra Project (TIP) che Facebook ha inaugurato più di recente, nel 2016, con un annuncio giunto dal palco del più importante evento dell’anno per il mondo mobile: il MWC di Barcellona. Il claim scelto per presentare l’iniziativa sintetizza in modo eccellente la sua stessa natura: “An open approach for switching, routing and transport”.

 

Ancora una volta, ricorre il termine “open”: quella di Zuckerberg è una chiamata alle armi, sta poi a chi è in grado di intravederne il potenziale raccogliere la sfida e salire a bordo. Lo hanno fatto fin da subito nomi del calibro di Bell Canada, NBN, Telia, Telstra, Accenture, Canonical e la divisione Enterprise di Hewlett Packard, ma l’elenco è destinato a crescere, coinvolgendo realtà che occupano trasversalmente il mondo della tecnologia e delle telco.

 

Facebook diventerà una azienda di telecomunicazioni?

 

Nell’agenda di Facebook c’è dunque l’intenzione di aggredire il mercato delle telco e di chi ne produce l’infrastruttura? Sebbene la crescita esponenziale fatta registrare dal gruppo in poco più di un decennio dalla fondazione sembri suggerire di non poter escludere alcuna ipotesi, con tutta probabilità ciò non avverrà. Piuttosto, il colosso di Menlo Park contribuirà a favorire l’innovazione in ogni ambito legato a comunicazioni e connettività, sapendo di poter essere la prima realtà a poterne beneficiare nel lungo periodo. Il tutto con un approccio aperto, condiviso, perché per Facebook il concetto di sharing va ben oltre le bacheche dei social network.

di Girolamo Stabile

Bitcoin e le altre criptomonete – di Girolamo Stabile

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Pubblicato su RomaDailyNews a firma Girolamo Stabile

Bitcoin e criptomonete Girolamo Stabile

Criptovaluta, moneta virtuale, Bitcoin, Ethereum, peer-to-peer: un tema sempre più discusso, ma sul quale c’è ancora molta confusione; cerchiamo di fare chiarezza per capire come funzionano questi nuovi strumenti decentralizzati per la gestione delle transazioni economiche.

Si sente sempre più spesso parlare di Bitcoin, ma cos’è in realtà? Il 15 settembre questa valuta ha avuto un crollo spaventoso, arrivando a costare meno di 3 mila dollari, un meno 40% rispetto al valore di inizio mese, riportandola alla ribalta delle cronache mondiali. Vale la pena perciò chiedersi quali sono le dinamiche che regolano la circolazione di una criptomoneta? Conviene investire su queste nuove valute virtuali? Quali i suoi possibili utilizzi? Ne ho parlato con RomaDailyNews.

Cos’è Bitcoin?

Per capire meglio cosa sia Bitcoin è bene partire da una precisazione, da ciò che differenzia una moneta virtuale da una che ha corso legale. Se a quest’ultima categoria possono essere ricondotte pressoché tutte le valute impiegate per le transazioni economiche su vasta scala a livello globale (inclusi, ad esempio, l’euro e il dollaro), quelle virtuali non sono soggette al controllo da parte di un ente centralizzato.

Nessun governo o istituto può dunque stabilire la creazione di nuova moneta per regolarne il valore: l’immissione di valuta nel circuito avviene tramite l’utilizzo di un software open source di tipo peer-to-peer (il concetto è molto simile a ciò che regola i circuiti P2P dedicati al file sharing, come BitTorrent), in modo aperto e condiviso da tutti i nodi connessi in Rete. L’attività è definita mining ovvero “estrazione”.

È stato stabilito fin dall’inizio che il numero complessivo di bitcoin (se scritto con la lettera maiuscola indica la tecnologia, con l’iniziale minuscola rappresenta invece la valuta) arriverà a una quota intorno ai 21 milioni di unità, con la metà delle nuove monete disponibili generata ogni quattro anni. In fase di scambio è comunque possibile frazionare un bitcoin fino all’ottava cifra decimale, così da poter stabilire con estrema precisione il valore del bene o del servizio acquistato o venduto.

Le origini

Il progetto Bitcoin nasce nel 2008 con la pubblicazione in Rete di un documento che ne illustra la natura da parte di Satoshi Nakamoto, pseudonimo dietro al quale si nasconde il reale creatore, la cui identità non è mai stata ufficialmente rivelata, nonostante le numerose ipotesi e indiscrezioni circolate sul Web. La teoria più accreditata è quella che porta all’informatico e uomo d’affari australiano Craig Steven Wright.

La circolazione della moneta ha invece inizio l’anno successivo, nel 2009. Nakamoto, che secondo alcuni potrebbe in realtà essere un appellativo creato per nascondere l’attività di un intero gruppo di persone, annuncia con la sua ultima comunicazione di aver abbandonato definitivamente il progetto nel 2011, affidandolo allo sviluppatore statunitense Gavin Andresen.

Come funziona?

Trattandosi di una criprovaluta, ogni transazione legata a Bitcoin avviene in Rete e non mediante lo scambio di moneta tangibile nel mondo reale. In altre parole, i bitcoin non sono stampati né coniati e, di conseguenza, non hanno alcun valore intrinseco.

Bitcoin.org

La gestione avviene mediante l’impiego di chiavi crittografiche: una pubblica che identifica l’indirizzo associato al suo proprietario e una privata conservata all’interno del cosiddetto wallet(portafogli). Poniamo il caso dell’utilizzo per l’acquisto di un bene: nel momento della transazione, chi compra rinuncia alla proprietà della moneta, aggiungendo la chiave pubblica associata al venditore sulla propria valuta e firmandola con quella privata.

L’invio avviene sotto forma di messaggio che si diffonde attraverso i nodi della rete peer-to-peer, che ne validano le chiavi e associano alla moneta spedita la chiave pubblica del nuovo proprietario. In questo modo l’intero sistema assicura che la medesima valuta non possa essere spesa più volte. Le transazioni vengono memorizzate, in ordine cronologico, all’interno della cosiddetta block chain, un registro pubblico e condiviso.

Quanto vale un bitcoin?

Essendo soggetto alla legge della domanda e dell’offerta, oltre che all’immissione periodica di nuova moneta (come già detto, ogni quattro anni), il valore dei bitcoin è variabile nel tempo.

Se nel corso degli ultimi anni si era assistito a una crescita continua, il 15 settembre, a causa di una stretta messa in atto dalla Banca Popolare Cinese sugli scambi di monete virtuali, il valore è arrivato a toccare il suo minimo storico: passando in pochi giorni dal valere 5.000 dollari a 3.000 dollari. Nella serata dello stesso giorno, la moneta era nuovamente in ripresa e la settimana si è chiusa con un calo di soli, si fa per dire, 14 punti percentuali.

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Il trend potrebbe essere invertito da fattori come l’intervento di governi e istituzioni (al momento nessuno stato pone limiti alla circolazione dei bitcoin) finalizzato a contrastarne l’utilizzo o dalla crescita di altre criptomonete che svolgono la medesima funzione.

Le altre criptomonete

Bitcoin è la moneta virtuale più conosciuta e diffusa a livello globale, ma non l’unica. Le alternative più note sono Litecoin, Peercoin, Quark, Namecoin, Feathercoin, Primecoin. Dogecoin ed Ethereum, Quest’ultima in particolare ha fatto registrare una rapida diffusione e un conseguente forte incremento del valore nell’ultimo periodo. In ogni caso, tutte sono basate sul medesimo concetto di gestione decentralizzata della valuta.

Conviene investire in moneta virtuale?

Essendo soggetto a variazioni di valore, Bitcoin (così come le altre criptomonete) si presta ad essere strumento di trading e investimenti. Le opportunità di guadagno sono potenzialmente concrete (è più che quadruplicato dal 2014 a oggi), ma lo sono altrettanto le possibilità di perdita. Il consiglio, per chi desidera percorrere questa strada, è di diversificare la destinazione dei propri investimenti su più valute virtuali, minimizzando così il potenziale fattore di rischio.

Dove spendere BTC?

Grandi realtà del mondo online, come eBay e Amazon, già accettano Bitcoin come sistema di pagamento. Vi sono anche attività commerciali che fanno altrettanto, nonostante il loro numero sul territorio italiano sia ancora piuttosto esiguo: l’elenco può essere consultato su portali come BitCoinMap.org o mediante applicazioni mobile come Bitcoin Map.

Nel nostro paese sono già attivi alcuni ATM, del tutto simili a comuni sportelli bancomat, che permettono di convertire il denaro tradizionale in BTC tramite un semplice versamento. Un punto di contatto tra la moneta virtuale e il mondo fisico.

di Girolamo Stabile

Investimenti e finanziamenti: venture capital e private equity – di Girolamo Stabile

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Pubblicato su Ravenna24Ore a firma Girolamo Stabilegirolamo-stabile

Imprese affermate e startup che si affacciano al mondo dell’imprenditoria possono trovare nel venture capital e nel private equity due strade percorribili per reperire fondi per la propria attività. Al tempo stesso, per gli investitori queste formule possano rappresentare opportunità di guadagno.

Muovendo i primi passi nel mondo dell’imprenditoria o avviando un’espansione della propria attività ci si trova inevitabilmente a dover fare i conti con l’esigenza di cercare e ottenere fondi per la propria impresa. Se rivolgersi ai tradizionali istituti di credito rimane una via percorribile, le alternative non mancano.

Venture capital

Una possibilità da valutare è quella rappresentata dalla formula del venture capital, un’operazione che si rivolge esclusivamente alle realtà non quotate su un mercato regolamentato. Solitamente, chi decide di mettere a disposizione la propria liquidità, ha intenzione di generare un rendimento piuttosto elevato in un periodo relativamente breve, ad esempio dai tre ai cinque anni. L’investitore può inoltre fornire il proprio supporto a livello di competenze professionali, manageriali o tecnologiche, affinché l’azienda finanziata possa crescere e svilupparsi nella giusta direzione e nel minor tempo possibile. In quest’ottica non ci si discosta poi molto dalle dinamiche che regolano le soluzioni di crowdfunding.

Le imprese che possono beneficiare di tali fondi sono in primis quelle ritenute ad alto rischio dagli istituti di credito quando questi ultimi si trovano a valutare la possibilità di concedere un finanziamento. Il venture capitalist è dunque colui che individua un potenziale da esprimere e fornisce gli strumenti necessari affinché questo accada, ancor prima che i prodotti o i servizi oggetto dell’attività abbiano iniziato a generare profitti.

È dunque ben comprensibile il motivo per cui la formula si adatta a quelle aree e a quei settori in cui si rileva un elevato progresso tecnologico, dimostrandosi maggiormente redditizia ogni qualvolta ci si trova di fronte a un’importante innovazione: è accaduto con frequenza nel periodo 1978-1980 in concomitanza con il boom del mercato software e all’inizio degli anni duemila con la diffusione su larga scala dell’accesso a Internet. In conclusione, quando si parla di venture capital, l’investitore è pronto ad assumersi il rischio con la prospettiva di ottenere rendimenti considerevoli. Due esempi su tutti di aziende che hanno mosso i loro primi passi proprio grazie a questo tipo di finanziamenti: Tiscali per quanto riguarda il mercato italiano e Google nella Silicon Valley d’oltreoceano.

Private equity

Nel private equity, invece, l’investitore rileva quote di una società definita target, acquisendo azioni già esistenti oppure di nuova emissione. In questo caso, a differenza di quanto visto in precedenza, i capitali possono essere destinati anche a realtà già quotate, ma che manifestano espressamente l’intenzione di abbandonare il mercato azionario (public private equity). Chi riceve i fondi accetta di cedere una parte del capitale sociale e di accogliere una realtà esterna nella partecipazione agli utili.

A livello globale, importanti operatori del settore dal punto di vista dei fondi gestiti sono ad esemio The Carlyle Group (fonte Private Equity International, dati aggiornati al 2014), Kohlberg Kravis Roberts, The Blackstone Group, Apollo Global Management e TPG Capital.

Nel corso del proprio ciclo vitale, che solitamente si estende da un minimo di 5 a un massimo di 30 anni (la durata è prestabilita), la destinazione del fondo viene diversificata, così da ridurre l’entità del rischio: mai più del 15% della quota gestita viene destinata a un solo investimento. Rientrano in questa categoria anche i seed capital e l’attività degli angel investor, solitamente destinati alle nuove realtà come le startup.

Quali sono le differenze?

La formula del private equity è solitamente associata a realtà che già hanno uno storico alle spalle. Può trattarsi di aziende, appartenenti a qualsiasi settore, il cui business si è visto contrarre a causa delle motivazioni più diverse: dall’inefficienza dell’apparato organizzativo alla comparsa sul mercato di nuovi concorrenti, fino a cambiamenti sociali o culturali che in breve tempo rendono obsoleto quanto offerto (si pensi al ciclo di vita di un prodotto legato a una tendenza momentanea). In un contesto di questo tipo gli operatori fanno il loro ingresso e consolidano l’attività, ottimizzandola, così da ridurre eventuali perdite e incrementare gli utili.

Un altro fattore che differenzia le due forme di investimento è quello relativo alla quota soggetta all’acquisizione che può essere di controllo e con deleghe alla gestione della società. La size dell’investimento dipende dalle dimensioni dei soggetti coinvolti e poò raggiungere cifre significative: se nel caso del venture capital si può arrivare solitamente al 50% (o meno) del pacchetto, spesso nel private equity l’operazione interessa l’intera società, concedendo dunque a chi gestisce i fondi il pieno potere decisionale sulle strategie da attuare.

Di Girolamo Stabile

Cos’è l’Impact investing? Lo spiega Girolamo Stabile

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Cos'è l'impact investing? Girolamo Stabile lo spiega per BlizQuotidiano

Impact investing come investimento

Cos’è l’impact investing? Cerco di spiegarlo con un articolo su BlizQuotidiano .

 

Il termine impact investing ha fatto capolino tra gli addetti ai lavori circa un decennio fa e non è un caso che tra i primi a utilizzarlo ci fosse un’organizzazione filantropica, la Fondazione Rockefeller. Questo perché, oltre alla logica del profitto alla base di ogni operazione finanziaria, chi sceglie di operare con questa formula persegue anche l’obiettivo di generare un impatto sociale, concreto e misurabile. La si potrebbe definire una forma d’investimento votata alla sostenibilità, in una lungimirante ottica di sviluppo collettivo.

Si tratta di un settore relativamente nuovo che può portare confusione nei non addetti ai lavori. A volte è confuso con la filantropia quando invece è un investimento che ha un ritorno economico calcolato nel lungo periodo. In pratica è una scelta strategica.

 

Si raccolgono dunque le sfide legate allo sviluppo, si individuano target e progetti da sostenere, se ne valutano le prospettive e infine si stabilisce dove destinare gli investimenti. La finanza d’impatto attrae non solo fondi privati, ma anche istituzioni e realtà governative.

 

Per ulteriori approfondimenti l’articolo intero su BlizQuotidiano .

 

 

Girolamo Stabile

I Social Media stanno cambiando la finanza di Girolamo Stabile

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Come i Social Media hanno cambiato il mondo della finanza di Girolamo Stabile
Come i Social Media hanno cambiato il mondo della finanza di Girolamo Stabile

Ecco come i Social Media stanno cambiando la finanza

L’influenza dei social media è arrivata a toccare e interessare pressoché ogni aspetto della nostra vita: le relazioni personali, anzitutto, ma anche la sfera professionale. Il mondo della finanza non è esente da questo trend. Non è facile delineare con precisione le dinamiche che sono andate innescandosi negli ultimi anni e che legano le piattaforme di condivisione online a chi si occupa di investimenti, in quanto si tratta di un panorama in costante evoluzione, soggetto a una mutazione continua.

Si può tuttavia affermare che i social hanno l’indubbia capacità di favorire la circolazione delle informazioni, per la loro stessa natura, con tutti i pro e i contro che ne derivano. È dunque bene conoscerli, individuare le opportunità che offrono e utilizzarne i canali per rispondere al meglio alle specifiche esigenze. Questo significa, per gli operatori, poter contare su uno strumento in grado di veicolare il proprio messaggio a un pubblico potenzialmente globale: essere presenti su Facebook o Twitter, per citare i due social più noti, significa essere individuabili, creare un contatto diretto con l’utente-cliente e costruire così un rapporto di fiducia quasi informale. Al tempo stesso, chi si trova dall’altra parte dello schermo, può contare su un supporto facilmente accessibile, competente e all’occorrenza capace di dispensare consigli. Non a caso anche i grandi gruppi hanno iniziato ormai da tempo ad offrire assistenza via social o addirittura attraverso le applicazioni di messaggistica istantanea come WhatsApp, Viber, Telegram o WeChat.

Il resto del mio articolo per Social Com qui: Articolo Social Com

Girolamo Stabile

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